Nessuna missione è impossibile
Il racconto di questa esperienza, vissuta tanti anni fa, è stato fatto a Radio Puglia 101,07 Mhz, nel programma “Giramondo”, in onda ogni giovedì dalle 8.30 alle 9, condotto da p. Oliviero Ferro.
Il 2 agosto 1999 salpiamo dal porto di Otranto in direzione Albania. Arriviamo a Valona, dove si riversano automobili, tir, motorini e noi, una valanga di uomini, donne e bambini. Siamo il secondo gruppo della Caritas diretto alla “missione” di Delisuf. Ad accompagnarci al campo di lavoro c’è Harian, un ragazzone del luogo che in estate lavora per la missione.
Indietro nel tempo…
Attraversiamo un paesaggio squallido di case semi distrutte, su strade impolverate. Posti di polizia armata controllano i passaporti. Harian svolge il suo compito di protezione. Avvertiamo subito un senso di desolazione, un caos totale. Poi, troviamo finalmente una strada asfaltata: dossi, curve e alberi di olivo a perdita d’occhio… Inizia il viaggio in una natura fantastica!
È come un ritorno alle origini: asini al traino, covoni di paglia enormi come totem di civiltà scomparse, modellano l’orizzonte “azzurro intenso”. Suoni, rumori, odori: ne veniamo profondamente rapiti. Arriviamo a Delisuf, missione di pace e di speranza.
Una situazione difficile
Harian, ci aiuta a scaricare i bagagli. È un ragazzo di trent’anni, alto e robusto, con un cuore da bambino. È il nostro informatore: ci dice del tempo, dei fatti del villaggio e degli ultimi eventi accaduti.
È un osservatore attento e discreto; il suo sguardo, a volte, si perde lontano oltre il villaggio, oltre il porto.
“Qui - ci dice - procurarsi un passaporto è difficile e senza documenti non vai da nessuna parte; qui c’è solo la missione, il resto è buio. La mentalità della gente è il più grosso ostacolo. A nessuno interessa la dignità delle persone”.
L’altro grosso ostacolo è il groviglio tra fede musulmana, ortodossa e cattolica. E poi ci sono i traffici illegali, che reclutano i ragazzi strappandoli alle scuole. Così non resta che scappare… E il passo verso la clandestinità è breve.
Dove c’è carità, c’è dignità
La missione ha acquistato due pompe elettriche e c’è una fontana, unico luogo di approvvigionamento per tutto il villaggio. “È molto bello quello che fate per noi”. Harian confessa che molti al villaggio apprezzano ciò che la missione cerca di fare da tanti anni.
È un esempio di vita associativa, di civiltà e fratellanza, di rispetto reciproco.
La missione è arrivata al sesto anno di vita. È stata ristrutturata la scuola, pagando regolarmente gli operai “improvvisati”. Si è insistito molto sull’animazione dei bambini, insegnando loro un modo nuovo e sano di giocare insieme, diverso da quello della guerra. Sotto la guida del capo villaggio, è stato anche fatto un censimento delle famiglie più povere garantendo, con aiuti materiali, l’istruzione a molti bambini. Dove esiste la carità esiste la dignità umana.
Con la polvere addosso
Il 20 agosto si torna a casa. La gente del villaggio accorre numerosa, a gruppi, assiepata vicino alle nostre macchine. I bambini ci sorridono, ci salutano. Harian ci aiuta a caricare i bagagli. Indossa la stessa maglietta che aveva all’arrivo nel porto di Valona. In fondo, si sente un po’ un soldato, giurato alla causa di liberazione della sua gente: dalle superstizioni, dall’ignoranza, dalla povertà e dall’ingiustizia.
Harian ci saluta uno per volta. Vorrebbe liberare un grido di rabbia, il pianto antico dei suoi avi. È svelto come al solito, ma si muove in silenzio.
E io, a distanza di anni, ho ancora addosso la polvere di quella terra e dentro qualcosa che non andrà più via. Le parole non bastano per dire ciò che gli occhi hanno visto.








