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Lucia Santarelli, saveriana nata a Cesena nel 1930, ha svolto il suo servizio missionario prima in Brasile, poi in Sierra Leone, quindi negli Stati Uniti e poi di nuovo Brasile. Dalla Casa madre di Parma, dove si trova attualmente, racconta ciò che ha sperimentato nella sua lunga vita missionaria.

In tutti questi anni ho sempre sentito la mano di Dio che mi accompagnava. Nei momenti difficili, in cui c’era pericolo di morire, Dio mi ha liberato dalla paura. Quando la grazia di Dio ti concede di staccarti da te stessa e di consegnarti tutta a Dio, ti rendi conto che non hai niente, né perdi niente. Mi sono sentita liberata da ogni preoccupazione.

Ho sentito forte la presenza del Signore in particolare quando, con altre sei sorelle, sono stata prigioniera dei ribelli sierraleonesi del RUF (25 gennaio-21 marzo 1995). Là dove eravamo state portate, avevamo la garanzia che ci avrebbero rispettate come donne e donne consacrate ad Allah. Questo era l’ordine del loro capo Sanko, un uomo considerato anche quando non era presente. In questo, ho visto la provvidenza di Dio.
La prigionia è stata per me un momento di missione. Per il mercoledì delle ceneri, noi sorelle avevamo messo sulla fronte l’una dell’altra il segno della cenere. Shavolin, il giovale ribelle cui eravamo state affidate, ci chiese: “Che cosa vi hanno fatto?”. Temeva che ci avessero percosse. Gli spiegai che noi cristiani crediamo nella morte e resurrezione di Gesù, nostro Salvatore; quel giorno ci ricordava che siamo cenere, ma fatti per la risurrezione.

Shavolin corse via dicendo ad alta voce: “Credo! Credo!”. Poi chiese: “Posso ricevere anch’io la cenere?”. Si è fatto segnare, insieme al suo giovane attendente. È stata la mia catechesi più forte e ho visto il miracolo dell’azione di Dio: in quel momento di grande afflizione mi è stato possibile annunciare la risurrezione di Cristo. Poi Shavolin tornava per chiedere spiegazioni ulteriori sulla fede.
Il RUF allenava i giovani reclutati ad avere l’arma sempre con sé: “O ti difendi, o attacchi!”. Il giovane Abdoulaye, cattolico, si sentiva a disagio e mi disse: “Lucia, non voglio ammazzare: se mi danno l’arma, come faccio?”. “Spara ai piedi, non alla testa; puoi sbagliare!”, gli risposi. Infatti, quando uno doveva sparare, era osservato: se non eseguiva gli ordini, era fucilato. Diedi così sollievo a quel ragazzo.

Quando mi sono accorta che i ribelli avevano una radio ricetrasmittente, chiesi loro di poter parlare con il nostro vescovo di Makeni, mons. Giorgio Biguzzi, promettendo che avrei parlato ad alta voce e in inglese, solo per dirgli che eravamo vive e rispettate. Me lo concessero, a patto che non parlassi né inglese né italiano, perché il messaggio non fosse captato. Gli parlai allora in romagnolo, e gli augurai buon compleanno. Era infatti il 2 febbraio.
In quei momenti difficili sentivo che le parole e la calma che avvertivo non venivano da me, che ho un carattere impetuoso. Ho capito che il Signore dà la chiamata alla sofferenza, alla difficoltà, ma anche la forza e la luce per rispondere adeguatamente.

Nel 2019, Lucia Santarelli aveva scritto da União do Norte, nel Mato Grosso.
È l’amore che spinge ad andare incontro ai fratelli, ci ricorda il Papa. Le culture sono diverse, ma sempre si è toccati dalla bontà che non giudica, che non esige, che sa aspettare, che accetta e apprezza il diverso. Dappertutto ciò che la gente gradisce è la bontà di cuore. In questo tempo, mi torna in mente un canto inglese che mi richiama alla mia vocazione: “Ho deciso di seguire Cristo e non tornerò indietro”. Di fronte alle difficoltà, mi è di grande aiuto pensare: sono qui per Cristo, devo cercare di vedere le persone come Cristo le vede, amarle come lui le ama. Quello che vale è riuscire a spogliarsi di sé e mettersi nelle disposizioni di Gesù. Mi ha colpito una sera la lettura dei Vespri che dice: “Siate tutti unanimi, partecipi delle gioie e dei dolori degli altri, animati da affetto fraterno, misericordiosi, umili. Non rendete male per male, né ingiuria per ingiuria, ma rispondete augurando il bene. A questo, infatti, siete stati chiamati da Dio, per avere in eredità la sua benedizione” (1Pt 3,8-9). Mi sono detta: sono nata per la benedizione, per essere benedizione!



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