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Ha fatto scalo alla casa generalizia di Roma il saveriano vicentino p. Germano Framarin, missionario in Indonesia. Attualmente è parroco di Santa Maria di Fatima a Jakarta. Ne abbiamo approfittato per intervistarlo.

Puoi presentarti?

Sono nato nel 1943 a Gambellara, Vicenza. Siamo sei tra fratelli e sorelle. Ho conosciuto i saveriani perché quando ero piccolo, venivano spesso da Vicenza al mio paese per parlare ai ragazzi e fare animazione missionaria. Mi sono sempre piaciuti e sono entrato da loro dopo le elementari. Attualmente di Gambellara i saveriani siamo almeno una decina.

Cos’è successo dopo?

Dopo Vicenza, sono andato a Ravenna per il noviziato saveriano; poi ho continuato gli studi a Desio (MB) e a Tavernerio (CO). Ricordo che a Tavernerio siamo stati noi studenti a sistemare la casa appena comprata, che era una clinica nosocomio. Abbiamo lavorato a turno, durante le vacanze.

Sono stato ordinato sacerdote nel 1969 e in seguito sono stato destinato alla casa saveriana di Salerno, per formare i giovani missionari e svolgere animazione missionaria nella zona. Nel 1971 sono partito per l’Indonesia. In quel momento era facile entrare in Indonesia; infatti, nell’arco di due anni siamo riusciti ad arrivare in 15 missionari.

Dove hai lavorato in Indonesia?

Ho lavorato in varie missioni. Il primo periodo l’ho passato nella diocesi di Padang, con mons. Bergamin. In seguito, sono andato nella diocesi di Medan, anch’essa molto estesa dal punto di vista del territorio. Comprende circa metà dell’enorme isola di Sumatra. Sono stato fortunato, perché la diocesi era attiva e creativa.

Come era impostata la vostra missione?

Le parrocchie avevano ciascuna un centro principale e, nel loro vasto territorio, almeno 30-40 comunità missionarie piuttosto consistenti. Ciascuna era formata da un buon numero di famiglie. Nella vasta diocesi di Padang c’erano 1.200 comunità missionarie, distribuite in 36 parrocchie. Quella più grossa aveva circa 33mila abitanti con al massimo tre sacerdoti a suo servizio.

Quali erano le vostre priorità?

In parrocchia ho cominciato a lavorare nella formazione dei laici, in modo da creare capi di comunità che lavorassero in modo volontario. Non c’era nessun catechista o responsabile stipendiato; facevano tutto gratis. Infatti, in pochi anni la commissione catechetica diocesana è cresciuta molto e organizzava corsi di formazione per laici.

Chi partecipava ai corsi?

I contadini e i lavoratori della terra che avevano più tempo a disposizione. Infatti, mentre aspettavano il raccolto non dovevano occuparsi nei campi e quindi venivano volentieri. Rimanevano da noi per una settimana intera.

Come si svolgeva la formazione?

I corsi erano attivi. Non insegnavamo teologia. La formazione era fatta in modo inter-attivo e partecipativo. I partecipanti si sentivano veramente coinvolti come chiesa popolo di Dio. Questo li portava ad assumere una responsabilità personale nella comunità cristiana. È stato per noi un periodo d’oro e anche io mi sono sentito coinvolto personalmente nella commissione catechetica diocesana.

Erano corsi diocesani?

In un primo momento li abbiamo fatti a livello di diocesi e in poco tempo si sono velocemente sparsi anche nelle varie parrocchie. La commissione diocesana sentì poi la necessità di offrire dei corsi ancora più specializzati e mirati alla situazione particolare di ogni realtà, sempre con lo scopo di aiutare i laici nella loro missione.

Questa esperienza cosa ti ha dato?

Mi ha aperto gli occhi. Pensate che il capo della commissione catechetica per più di vent’anni non è stato un presbitero, un religioso o una religiosa, ma un laico, molto attivo e capace. In quel momento c’era bisogno di un corso di formazione che aiutasse le famiglie e così ci venne l’idea di creare, sempre al centro diocesano, un “seminario” per le famiglie. Esso offriva corsi di formazione per le coppie.

I membri della commissione diocesana creavano il materiale e poi lo distribuivano a tutte le parrocchie della diocesi. In tal modo, quasi ogni parrocchia aveva la sua equipe che organizzava i suoi corsi nelle varie comunità missionarie.

Quanto ti occupava il corso per le famiglie?

Nella mia parrocchia passavamo almeno quattro giorni della settimana fuori, nei villaggi. Dovevano esserci almeno dieci famiglie del luogo, disposte a partecipare per tre giorni, dalle 9 del mattino fino alle 5 del pomeriggio, nonostante avessero figli a scuola e animali da accudire a casa.

Come si svolgeva l’incontro?

L’incontro avveniva tra marito e moglie. Inizialmente gli uomini avevano una certa vergogna a partecipare insieme alle proprie mogli. Ma in poco tempo, abbiamo assistito a una vera trasformazione delle famiglie e dei mariti… Certi uomini trattavano male le proprie mogli e tante volte abbiamo assistito a un cambiamento di mentalità in chi partecipava al corso. È stata una sorpresa incredibile e bella!



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