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Sono grato ai confratelli saveriani della mia comunità di Macomer, che mi hanno richiesto di scrivere una testimonianza sul mio 50° di vita sacerdotale. Avevo 13 anni e due mesi quando nel 1948 da Villaverla (VI) sono entrato tra i saveriani di Vicenza. Avevo dato la mia parola a p. Pino Rabito, missionario partente per la missione della Sierra Leone. Ci aveva infervorato tanto da “far sentire” a noi ragazzi la chiamata per portare Gesù a chi non lo conosce, per salvarli.

La mamma era restia a lasciarmi partire, data la mia eccessiva vivacità; il papà però pensava alle tante bocche da sfamare a casa. Eravamo 12 fratelli, oggi sette viventi di cui un sacerdote della diocesi di Milano e una suora salesiana; gli altri quattro sono felicemente sposati, attorniati da figli, nipoti e pronipoti.

''Cosa vuoi fare nella vita?''

I miei genitori avevano una grande fede vissuta e testimoniata, nonostante le numerose difficoltà che la vita ha riservato un po’ a tutti. La mamma era a casa, con la nidiata di figli da accudire; il papà per tre anni tutti i giorni andava a lavorare dai missionari di Vicenza per pagarmi la retta mensile.

Negli studi non ero una cima, ma sentivo il desiderio di continuare, con tanta fatica, fino al sacerdozio. Devo ringraziare, oltre a genitori e fratelli, un caro sacerdote che nelle difficoltà mi ha seguito con amore e con tanta preghiera. Ora sento ancora il suo aiuto dal paradiso e trovo sempre il modo di dirgli il mio “grazie”.

L’inizio della mia vita missionaria si è svolta a Vicenza e a Macomer, come animatore missionario vocazionale: tante giornate missionarie e incontri nelle scuole, per rivolgere ai ragazzi la domanda fatidica: “Cosa vuoi fare nella vita?”. Del resto, anche a me era capitato così nel 1948, nel mio paese natio. Qualcuno ha “abboccato” e ora è missionario.

Un sogno realizzato

Dopo la Sardegna, sono andato in Indonesia. Era un sogno realizzato, gli anni più belli della mia vita: i primi anni difficili, pochi battesimi. Ma mi piaceva stare con la gente, quasi ogni giorno ero fuori casa, lungo le strade, nelle foreste, a incontrare la gente. Mi chiamavano “Pastor bersenyum - padre sorridente”. Dovrei sorridere di più anche adesso. Papa Francesco lo dice spesso: “Un cristiano non può essere triste o troppo serio”.

Le difficoltà non mancavano. L’Indonesia è un paese multietnico: tante lingue diverse, e poi l’islam… Bisognava essere prudenti nel parlare o nel predicare! Mi sono ammalato, anche gravemente, ma non mi sono scoraggiato. Per otto mesi sono stato mantenuto soprattutto dai musulmani, sono stato difeso da un gruppo di giovani che mi facevano da “guardia del corpo”, perché minacciato da alcune persone malintenzionate.

La vita del missionario non è mai facile, ma Dio ci guarda e non ci abbandona… Sono stato felice per i 17 anni in Indonesia.

Il ritorno in Sardegna

Dopo l’Indonesia, sono tornato ancora in Sardegna: quanti giri in macchina, tra cui un incidente grave; ma il legame con le delegate e con gli amici dei missionari mi “tenevano su”.

Ho un bel ricordo anche di Genova, dove sono stato per nove anni: un’esperienza molto bella e significativa con i ragazzi e con i gruppi missionari in tanti luoghi della Liguria.

I chilometri percorsi sono stati centinaia di migliaia; quante persone ho incontrato, a cui ho voluto bene!

Sono un po’ stanchixeddu, ma felice di avervi conosciuto e di aver lavorato con voi. Aiutatemi ad amare di più il Signore e i fratelli.

Per questi 50 anni ringrazio il Signore e tutte le persone incontrate; ma devo chiedere anche perdono, perché in tante cose ho mancato.

E vedrete che scoperte faremo in paradiso! Almeno lì, saremo sempre felici e al sicuro.

 



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