Nel rifugio dei bambini soldato
"Abbiamo portato la speranza"
E' trascorso solo un anno, ma quanta acqua passata sotto il ponte! Eccomi qua ad amministrare e a proteggere duecento "ribelli", quelli che erano entrati, a benedire una casa appena rimessa in piedi, rasa al suolo da un incendio che aveva distrutto 80% delle abitazioni della parte Est della città, un incendio appiccato "da loro", esacerbati e vendicativi per essere costretti alla ritirata, gli stessi che ci avevano fatti prigionieri e che costantemente ci minacciavano: "Se dobbiamo ritirarci sarà la fine anche per voi". Per alcuni di noi fu la fine.
Anche se l'elicottero militare perlustra la costa e ci passa basso sopra la testa, oggi ci sentiamo tranquilli. Un anno fa a vederlo arrivare si correva ai ripari, sperando in bene. Mi trovo alla periferia di Freetown, su una spiaggia tropicale tanto bella che mi fa dimenticare la guerra nonostante le distruzioni che mi circondano. Parte del complesso stato bombardato dall'Ecomog, la forza multinazionale d'interposizione. Con me lavora un mio compagno Saveriano, p. Chema, tanto più giovane, ed imperterrito alle piccole rivolte dei nostri ex-guerrirei, che non sembrano riuscire a concludere un argomento, ad allacciare un rapporto con la gente del posto, senza venire alle mani e qualche volta a suon di manganelli. E p.Chema si mescola con loro e come se niente fosse li fa ritornare ai buoni consigli. Fanno fatica a smaltire tanti anni di violenza. Eppure sono buoni!
Viviamo in un hotel turistico messo a nostra disposizione da un uomo d'affari. Ho dovuto fare parecchie modifiche al nostro hotel un tempo a "4 stelle"; oggi, dopo i trattamenti dei ribelli che hanno portato via perfino i lavandini, i fili della luce, è ridotto proprio male. Ma l'edificio si presta alle modifiche necessarie per accogliere una comunità di ragazzi e ragazze che hanno vissuto metà della loro vita, gli anni più belli, portando un'arma da una foresta all'altra, bruciando villaggi, uccidendo e distruggendo. Ventun bungalow adiacenti ci aiutano ad assorbire la popolazione che di tanto in tanto arriva ai 200. La settimana scorsa eravamo in 184 senza contare il personale. Oggi siamo 124, perché siamo riusciti a riunificare in località più vicine ai villaggi d'origine dei nostri ragazzi tutti gli altri. Dall'agosto del '98, quando siamo entrati qui a S.Michele, sono passati più di un migliaio di ragazzi e ragazze.
A vederli partire veramente un tormento, perché oramai avevamo fatte nostre le loro pene, conoscevamo il loro stato d'animo e bastava un'occhiata per intenderci e incoraggiali.
A convinere un dodicenne che piangeva mi stato veramente penoso, tanto più che neppure io ero convinto che dovesse partire. Purtroppo, se non li avviciniamo ai loro luoghi d'origine sarà impossibile per noi alloggiarli tutti, perché continuano ad arrivarne di nuovi.
"Se non vai i tuoi non saranno mai sicuri se sei vivo o morto. Fatti almeno vedere e poi, se proprio non ce la fai, ritornerai".
"Ma i miei genitori non ci sono più e gli altri parenti non li conosco. Mi hanno portato via quando ero tanto piccolo e conoscevo solamente mio papà e mia mamma. Se anche incontrassi zii e zie non li conoscerei. Sono stato sette anni nel bosco. Neppure loro mi conoscerebbero".
Non importa, prima o poi qualcuno dirà: mio nipote; lo porto a casa con me. Cos anche tu avrai una famiglia".
"Ma a me piace qui". Quasi a dire: "La famiglia l'ho trovata".
"E se chiudiamo questo posto? Se ti ammali chi penserà a te?".
Poco convinto mise in testa la stuoia, la coperta, ed un sacchetto di plastica con tutto quello che aveva e salì sul pulmino. "Ma torno!"... e si curvò, si nascose aspettando la partenza.
Cos se ne andato Abu James, uno dei primi bambini combattenti che sono riuscito a strappare ai ribelli nel '97. A dodici anni aveva avuto il coraggio di incominciare in prima elementare e poi a strappi, saltando qualche anno, era riuscito ad entrare in quinta. Era cresciuto... se era cresciuto! Ora, a quindici anni, aveva la forza di un torello.
Partì anche Lucy. Ne trovi poche come lei. Un fiume di parole, che se erano invettive ti lasciava a bocca aperta. Non voleva assolutamente partire: "Tanto i miei genitori non li conosco". Sedici anni, una polveriera. Ma tutto il suo smaniare sembra esagerato, finché visto che non c'era altro da fare, si tradì. "Non parto senza salutare il mio uomo". Sedici anni! Il mio uomo. Fu caricata in pulmino come un fardello.
I loro visi mi passano davanti uno ad uno. Ma per il loro bene: devono assolutamente cercare i loro parenti, perché sono la loro assicurazione in caso di malattia, sono la loro difesa in tribunale, sono tutto per loro sia nella crescita che nella vita adulta.
Ricordo la nonnina che si spegneva lentamente, da sola, dietro la capanna. "Non ha nessuno"... mi dicevano. "Non ha avuto figli".







