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LA PAROLA
Mentre diceva questo, una donna dalla folla alzò la voce e gli disse: “Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato!”. Ma egli disse: “Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!”. Mentre le folle si accalcavano, Gesù cominciò a dire: “Questa è una generazione malvagia; essa cerca un segno, ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona. Poiché come Giona fu un segno per quelli di Ninive, così anche il Figlio dell’uomo lo sarà per questa generazione. Nel giorno del giudizio, la regina del Sud si alzerà contro gli uomini di questa generazione e li condannerà, perché ella venne dagli estremi confini della terra per ascoltare la sapienza di Salomone. Nel giorno del giudizio, gli abitanti di Ninive si alzeranno contro questa generazione e la condanneranno, perché essi alla predicazione di Giona si convertirono. Ed ecco, qui vi è uno che è più grande di Giona” (Lc 11,27-32).

Una donna grida a Gesù: “Beato il ventre di tua madre!”. E chi altri poteva benedire quella maternità se non una donna! “Beato il ventre della fede!”, sembra ribattere Gesù, dove i verbi ascoltare e custodire rimandano al credere. Due maternità così diverse, due beatitudini così impari, eppure così vicine, tant’è che Elisabetta le diresse entrambe a Maria quando questa andò da lei per vedere il segno indicatole dall’angelo Gabriele (Lc 1,39-45).

Accogliere nel proprio grembo un embrione che germoglia è pur sempre un atto di fede, è intraprendere un viaggio il cui sbocco rimane, nonostante tutto, incerto, per nulla scontato. Così è di chi ascolta la parola di Dio e la pone in pratica. Nessuna osservanza avrebbe davvero senso se non si ponesse la propria fiducia in colui che ne ha tracciato il sentiero. Con la fede l’Altro è lasciato germogliare nel nostro grembo. Soltanto allora la Parola di Dio diventa vera, diventa un fatto.

Gesù constata con amarezza che le sue parole non sono state accolte, che non hanno prodotto frutti di conversione in una generazione che non esita a chiamare malvagia. Il confronto tra sé e la figura simbolica di Giona, tra la sua generazione e gli abitanti di Ninive, è davvero impietoso. Giona è profeta di un Dio con cui fin dall’inizio non è d’accordo. Ninive rappresentava nell’immaginario dei lettori di quel tempo il sommo della crudeltà e della violenza. Una città dannata, votata al meritato castigo. Giona prende sul serio la giustezza di tale verdetto. La sua missione non sarà altro che di annunciare a Ninive l’imminente distruzione da parte di Dio. Se così non fosse verrebbe tacciato di falso profeta. Ma i niniviti non si lasciano sgomentare dall’infausto messaggio. Intraprendono un cammino di dura penitenza che induce Dio a convertirsi pure lui, a passare dalla condanna alla misericordia.

Gli abitanti di Ninive si rendono artefici del proprio destino, a dispetto di un profeta che non voleva vedersi contraddetto. Non voleva che andassero oltre il suo annuncio di sventura. Sapeva che Dio l’avrebbe condotto a vedere capovolte le certezze a cui era attaccato. Doveva predicare il giudizio sapendo che nel Signore prevale la misericordia. Di fronte a questa insopportabile contraddizione aveva cercato invano di fuggire.
A differenza dei niniviti, la generazione dei tempi di Gesù non ha accolto il suo invito alla conversione. Lui che, invece di minacce e castighi, ha proposto cammini di salvezza, si è visto dai più sbattere la porta in faccia, fino a farlo perire sulla croce.

Nonostante ciò, rinuncia a pronunciare un giudizio di condanna definitiva. Essa viene lasciata ai tempi ultimi ad opera dei niniviti e della regina del Sud, vale a dire dei lontani e svantaggiati che hanno saputo mutare condotta e il loro modo d’intendere Dio. Uno spiraglio di speranza rimane ancora aperto. La minaccia di Gesù, a differenza di quella di Giona, non attende altro che di essere smentita dalla nostra conversione.



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