Nel dono il senso della vita
Andrea Franzini e i giovani del “Beltrami”
Alcune classi dell’istituto tecnico commerciale “E. Beltrami” di Cremona hanno incontrato Andrea Franzini, il volontario cremonese che da dieci anni lavora in Amazzonia nella “pastoral do minor”. Andrea, anch’egli ex alunno del “Beltrami”, è partito nell’estate 1995.
Doveva essere una permanenza breve, ma è ancora lì, ad Abaetetuba, nella diocesi che è stata di mons. Angelo Frosi, cremonese di San Bassano, e dove ancora oggi lavorano i missionari saveriani.
Non è una scelta facile
Non è stata una scelta facile quella di Andrea: lasciare la famiglia, gli amici, il lavoro. Però, dopo aver visto quelle schiere di ragazzi abbandonati a se stessi, che formicolavano sulle strade polverose alla ricerca di qualcosa da mettere sotto i denti, la sua vita è cambiata di 360 gradi. Ha capito che la vita ha senso se diventa dono, soprattutto ai bambini, i più indifesi.
Scrive don Primo Mazzolari: “L’amore mette le radici nella povertà. Noi non sappiamo più amarci, perché o siamo stanchi di fare il povero o abbiamo paura di diventare poveri”.
È stato un incontro esaltante e commovente quello con Andrea. Il linguaggio immediato e spontaneo, che veniva dal cuore, ha fatto subito breccia nell’animo dei giovani che lo stavano ascoltando. “Professore, sa che ho sentito il desiderio di partire anch’io”, mi confidava una ragazza del quinto anno alla fine dell’incontro.
I commenti dei giovani
Tante sono state le reazioni e i commenti delle ragazze e dei giovani della 3ª C. “Queste storie di miserie e di squallore umano, che in alcuni casi costringono i genitori a vendere le proprie figlie per sopravvivere, hanno creato in me un senso di disgusto e di rabbia allo stesso tempo. Come possono esistere situazioni così opprimenti nel 2005?”, scrive Mattia.
Non è facile condividere, neppure a livello teorico, questo mondo di povertà. Eppure “non ci sarà un domani se non lottiamo oggi” (Ademar Bogo). Bisogna liberare l’umanità da quell’assurda ingiustizia che è la fame.
Francesca, pensando alle situazioni di degrado descritte da Andrea, si domanda: “In una realtà dove i bambini sono venduti e prostituiti, a volte uccisi dai trafficanti di organi, quale dignità possiamo assicurare loro, se non c’è la possibilità di un’adeguata istruzione, se ogni giorno devono lottare per un pugno di riso?”. “Uno di questi bambini, di nome Baby, si era ridotto perfino a mangiare i gessetti della lavagna”, scrive Michael, rimasto impressionato delle condizioni igieniche in cui quei bambini sono costretti a vivere.
“Ho capito cosa devo fare”
“Non pensavo potesse esistere una condizione così drammatica. Gli occhi di quei bambini, dallo sguardo così intenso e malinconico, mi frugano la coscienza e mi hanno tolto un po’ di pace. Mi ha fatto riflettere sulla mia situazione privilegiata, senza mio merito, e sul modo in cui posso sfruttare le opportunità che mi sono offerte, come l’istruzione, che per quei bambini è una chimera. Soprattutto mi sono chiesto cosa posso fare per dare a quelle persone le mie stesse opportunità”, dice Alessandro. Luca è rimasto impressionato sentendo le storie dei ragazzi costretti a vivere sulle strade:
“Mi ritengo fortunato ad avere una famiglia che mi vuole bene, un’esistenza confortevole”.
“Come può un giovane - si chiede Natalia - aver avuto il coraggio di lasciare tutto e spiccare il volo oltre l’Atlantico fino alle rive del Rio delle Amazzoni? Lì lo attendevano tanti ragazzi in balia di se stessi. A loro Andrea ha cercato di offrire un po’ di speranza, garantendo un pasto al giorno e l’istruzione. I giovani come Andrea sono i veri famosi, e non quelli che ci propongono certi programmi televisivi, veri modelli di degradazione sociale”.








