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Nagasaki: “Mio Dio, che cosa abbiamo fatto!”

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Nagasaki, l'unica terra santa del Giappone

A sessant'anni dalla strage delle prime due bombe atomiche, padre Tiziano, missionario in Giappone, ci aiuta a riflettere. La memoria degli errori ed orrori del passato è sempre importante, se vogliamo che la storia continui ad essere “maestra della vita” e non della morte.

Nagasaki, oggi, sembra una città normale, come tante altre del Giappone. Di giorno, le sue strade si riempiono di sarariman e studenti, di biciclette e macchine. Di notte, il bagliore delle insegne e i colori fosforescenti dei neon che ricoprono i pachinko, sfidano silenziosamente lo sprofondarsi del giorno nella quiete dell'oscurità. La vita sembra trascorrere innocente, tra i consueti intervalli di frenesia e calma che scandiscono il ritmo di un qualsiasi centro cittadino.

Quel mattino di sessant'anni fa

Sembra strano pensare che solo 60 anni fa, in una calda e limpida giornata di agosto, questa città sarebbe stata rasa al suolo da una bomba della lunghezza di 325.12 cm, del peso di 4.900 kg e carica di plutonio 239 altamente arricchito. Esplosa alle 11.02 del mattino del 9 agosto, a 561 metri di altezza sopra il distretto cattolico di Urakami, in un attimo, ha devastato l'80 per cento delle abitazioni situate nel raggio di sei chilometri dall'epicentro.

Una placca al Parco Memoriale della Pace di Nagasaki porta incisi numeri che tentano invano, senza riuscirci davvero, di trasmettere la spaventosa entità di un'agonia: 73.884 morti; 74.909 feriti; 120.820 sofferenti a causa dalle radiazioni; 11.574 edifici bruciati; 50.000 case semi distrutte.

Un lampo. E poi il nulla, il deserto. Gli stessi comandanti dell'esercito americano, abituati a strategie e battaglie, a combattimenti e assalti, sembrano sbalorditi e confusi da quanto è successo. Perché maneggiare l'invisibile, manipolare atomi e corpuscoli di plutonio - un elemento che non esiste in forma naturale sulla terra - era un qualcosa che nessuna scuola militare li aveva finora addestrati a gestire, a immaginare.

Non si vince sterminando donne e bambini

L'ammiraglio William Leahy , capo di stato maggiore, ricorda con angoscia: "I giapponesi erano già sconfitti e pronti alla resa. L'uso di quest'arma barbara, contro Hiroshima e Nagasaki, non ci fu di nessun aiuto nella nostra guerra contro il Giappone. Nell'usarla per primi, adottammo una norma etica simile a quella dei barbari nel medioevo. Non mi fu mai insegnato a fare la guerra in questo modo, e non si possono vincere le guerre sterminando donne e bambini".

Anche il generale Dwight D. Eisenhower non riesce a trattenere la sua rabbia: "Ero convinto che il Giappone fosse già sconfitto e che il lancio della bomba fosse del tutto inutile... In quel momento il Giappone stava cercando un modo per arrendersi il più dignitosamente possibile. Non era necessario colpirli con quella cosa spaventosa".

Harry Truman , l'allora presidente degli Stati Uniti, invece, non ha dubbi sul fatto che le bombe atomiche, sganciate a Hiroshima e Nagasaki, avessero contribuito a salvare la vita di molti soldati americani: "A me sembrava che un quarto di milione dei nostri giovani uomini nel fiore degli anni valesse un paio di città giapponesi".

Condannati ad arrivare tardi...

Seduti accanto a ciò che rimane dell'allora cattedrale cattolica di Urakami - quattro scalini di pietra, una mezza arcata e uno spezzone di muro che sorregge ancora un paio di statue di santi - non si può che provare un'enorme tristezza e amarezza pensando a ciò che qui è accaduto 60 anni fa. Una tristezza che aumenta e si gonfia, come le onde circolari disegnate sui ciottoli di questa piccola piazza che commemora l'epicentro dello scoppio. Il silenzio che circonda questo spazio, in cui si entra come in un sacrario senza mura, rende ogni parola non solo inutile, ma anche irrispettosa e villana, quasi come il sibilo di una bestemmia.

Accanto a tutti questi morti, alle grida dei sopravvissuti, alla loro sete, ai loro occhi bruciati da un sole chimico, è morta anche parte della nostra ragione, della nostra storia di uomini, dei nostri sogni di sviluppo e progresso. La pioggia nera che cadde su Nagasaki sembra aver intaccato per sempre con la sua radioattività anche ogni umano buonsenso, ogni limite, ogni pietà. D'ora in poi siamo condannati ad arrivare sempre in ritardo nell'esclamare con il pilota Robert Lewis dopo lo sgancio della bomba ad Hiroshima: "Mio Dio, che cosa abbiamo fatto!". Senza che questo lamento impedisse minimamente che, dopo soli tre giorni, la sagoma di un altro fungo atomico scalasse il cielo, fino a raggiungere i 15.240 metri di altezza, sopra Nagasaki.

Lanterne che galleggiano in silenzio

Ogni guerra, ogni genocidio, ogni sterminio di massa, ogni campo di concentramento, ogni attacco "preventivo" alla Harry Truman , rimane cieco nel perseguire il suo scopo, sordo ad ogni perché, impastato di ideologie che mascherano solo volontà di possesso, inutili predomini economici o politici, scoperte scientifiche pericolose, illusioni e incubi da conquistatori senza più mete...

Sullo sfondo di un cielo amaranto, con queste 1.600 lanterne della pace che in silenzio galleggiano sul fiume Urakamigawa a ricordo delle vittime di sessant'anni fa, non resta che fermarsi, inginocchiarsi e pregare. E ricordare ancora quelle incredibili parole di Takashi Nagai (1908-1951), un medico cattolico colpito dalle radiazioni e che ha avuto poi modo di scrivere e riflettere sul bombardamento di Nagasaki e sul perché Dio abbia permesso questo scempio di vite umane:

"Non c'è forse una profonda relazione tra la distruzione di Nagasaki e la fine della guerra? Nagasaki, l'unica terra santa del Giappone, non fu forse scelta come vittima, come agnello, per essere sgozzato e offerto sull'altare del sacrificio, al fine di espiare i peccati commessi dall'umanità nella seconda guerra mondiale?... Ora la gente di Nagasaki si prostra davanti a Dio e prega:

Fa, o Signore, che Nagasaki possa essere l'ultimo deserto atomico nella storia dell'umanità".



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