Missione tra i disabili non cristiani
Sukumar, un bambino poliomielitico, Bablu (paralitico dopo una caduta) e Shoriful (deforme con varie disabilità) sono solo tre ragazzi che hanno trovato in p. Gabriele Spiga una risposta all’indifferenza della società. Oggi Sukumar, dopo il diploma al liceo, si è sposato e lavora; Bablu ha studiato fino all’università e si è sposato; Shoriful ha avviato prima il suo negozietto di caramelle, ha preso moglie pure lui e ha potenziato un triciclo con un motorino elettrico per la sua impresa commerciale.
Scarafaggi, topi e il Santissimo
P. Gabriele ama ripetere che non ha fatto “niente di speciale”, ma il risultato è sotto gli occhi di tutti: qualche disabile che sotto una pianta insegna ai bambini poveri, qualcun altro che realizza candele da vendere, uno sciancato che impara a riparare bici e risciò per poi mettersi in proprio, uno storpio con il suo fatiscente negozio di biscotti, un altro che ricama piccole tele da trasformare in cartoline.
E lui, missionario saveriano, che si sporca le mani per realizzare carrozzine con trazione a catena (“la Ferrari che qui ogni disabile desidera”). Quando nel 1973 arriva in Bangladesh, p. Spiga abita per i primi dieci anni in un villaggio cristiano e, poi, sceglie di vivere in un villaggio musulmano, in una capanna con gli scarafaggi, i topi e il Santissimo. Di fronte a lui una moschea:
“Non intendevo e non potevo fare la predica a nessuno, ma certamente - racconta - cercavo di dare una testimonianza di vita cristiana a chi non aveva mai visto un cristiano in carne e ossa”.
Alla faccia del terrorismo!
Nacque così “Ashar Bari”, la “Casa della Speranza” per gli ultimi tra gli ultimi, cioè i disabili. Ribattezzata “Casa del Cristiano”, voleva offrire una speranza, una prospettiva di vita migliore. E così ha cominciato a convivere con alcuni disabili con famiglia a carico e alcuni orfani. Fin dall’inizio porta avanti la sua opera insieme a tre collaboratori (un musulmano, un indù e un cristiano): “Viva la pacifica convivenza di religioni, alla faccia del terrorismo”.
Oggi i disabili in Bangladesh sono più considerati: “La gente è diventata un po’ più sensibile; il governo ogni tre mesi offre un piccolo gruzzolo”. In passato, invece, sul bus, “il bigliettaio faceva alzare il disabile per lasciare il posto alla persona rispettabile”. Ma i pregiudizi erano diffusi in tutta la popolazione che li reputava idonei solo a chiedere l’elemosina. Calcutta sarebbe a due passi dal suo villaggio, se non fosse per la frontiera che separa il Paese dall’India. Quando ha aperto la sua missione a Bagachara, Madre Teresa di Calcutta sognava di fare della sua vita qualcosa di bello per Dio.
La religione dell’amore
“Piccolo è bello” era allora lo slogan che ispirava ogni iniziativa tesa a sollevare la povera gente del Bangladesh, piegato da una massacrante guerra col Pakistan e da un ciclone tra i più devastanti della storia. Racconta p. Gabriele: “Ancora oggi resto affascinato da quel piccolo è bello, che sa così tanto di profumo di vangelo. Gesù avrebbe potuto dire che il Regno dei Cieli era simile al seme di una grande quercia, invece ha scelto un granello di senape.
All’insegna di questa filosofia-teologia povera, ho cercato di dare una piccola testimonianza semplice, discreta, senza cartelli pubblicitari e altoparlanti. Ho pensato di mettere il mio cuore, le mie mani, al servizio di qualche disabile non cristiano che gradiva vivere con me”.
Dopo tanti anni questa iniziativa non si è ingigantita, è rimasta volutamente piccola, ma certamente significativa, al punto che i musulmani vicini o di passaggio si pongono sempre tante domande sul senso di tutto questo. Un professore, poco tempo fa, dopo aver visitato le piccole attività, ebbe a dire: “È proprio vero, voi cristiani siete la religione dell’amore e del servizio ai più bisognosi”.







