Missione senza nubi nel cuore: P. Toninelli, 50° di sacerdozio
C'era molta gente nella chiesa parrocchiale dedicata a San Carlo in Rezzato. Padre Giovanni Toninelli presiedeva la concelebrazione per il suo 50° di sacerdozio. Accanto a lui il parroco don Mario Pelizzari, il cugino comboniano che porta lo stesso nome, p. Carlo Pozzobon, superiore dei saveriani in Italia, p. Pilade Rossini e p. Giacomo Doneda, suoi compagni di ordinazione.
In una "bolla di grazia"
Dopo la solenne entrata, gli incensi e le letture, padre Giovanni si alza dagli scranni dietro l'altare e si dirige verso l'ambone. C'è silenzio. Tutti si aspettano qualcosa che lasci nel cuore un ricordo particolare di quel giorno.
Padre Giovanni inizia ringraziando la comunità di San Carlo, che l'ha adottato e che ha voluto fargli festa. Infatti, p. Giovanni è nato a Barbariga, ma i famigliari vivono a Rezzato da tanto tempo. Ringrazia soprattutto Dio per i cinquant'anni irripetibili del suo sacerdozio missionario.
Poi descrive l'entusiasmante e difficile periodo in Congo. Era il 1964 e laggiù si era scatenato l'inferno. I saveriani di Uvira sono stati picchiati e minacciati di morte, processati e condotti davanti a veri plotoni di esecuzione per false fucilazioni. Chiusi in più di venti in una stanza, c'era incertezza sulla loro sorte. Ogni tanto i ribelli entravano e picchiavano violentemente i missionari. A volte qualcuno veniva portato fuori per essere fucilato, ma poi fortunatamente rientrava.
In quei momenti p. Giovanni aveva sentito la presenza di Dio. Quando veniva condotto al processo - e forse anche alla fucilazione - si sentiva in pace. Era come se qualcuno l'avesse isolato dalla situazione, donando al suo cuore pace e serenità. Avvertiva un distacco, come se vivesse in una "bolla di grazia".
Accanto a chi non ha niente
Dopo la liberazione e un periodo di riposo in Italia, p. Toninelli è tornato in Congo con gioia, senza nubi nel cuore. Il suo spirito era libero e pieno di contentezza, perché poteva riprendere il lavoro missionario con quella stessa gente che come lui era stata vittima di tanta violenza.
Nell'omelia, ha ricordato l'amico e compagno di missione p. Giuseppe Crippa, deceduto in Congo proprio la notte del 25 ottobre scorso, giorno del 50° anniversario della loro ordinazione. È stato un momento commovente per tutti. Oltre a p. Crippa, ha ricordato tutti gli altri che già hanno ricevuto l'abbraccio di Dio Padre.
"Il Congo - ha spiegato p. Giovanni - ha sempre avuto un posto fondamentale nel mio cuore e nel mio agire". L'esperienza missionaria congolese ha caratterizzato la sua attività anche a Reggio Calabria, quando accoglieva i profughi, in collaborazione con la Caritas. Anche ora, in Sardegna, continua l'instancabile lavoro a favore degli ultimi.
Con il cuore in Africa
In ogni sua attività, come lui stesso ha sottolineato, c'è sempre l'amore per la missione. Sentendolo parlare ti rendi conto che metà del suo cuore è ancora in Africa. Vivere in mezzo alla gente gli dà la forza per continuare con entusiasmo il lavoro apostolico.
Padre Giovanni si tiene informato su tutto ciò che succede in quell'angolo di mondo che è il Congo: conosce le guerre che da anni imperversano e ricerca notizie delle famiglie che ha conosciuto; è vicino alla popolazione della missione di Mwenga, nell'Urega. Ricorda anche coloro - e non sono pochi - che hanno portato avanti con coraggio il buon seme della parola e della misericordia di Dio. Un seme che lui stesso aveva gettato con abbondanza tra quei cuori e che ora sta dando frutti di perdono e tolleranza, di attaccamento e fedeltà al Signore.
Nonostante le continue attenzioni e cure, il suo cuore missionario continua a trasmettergli sentimenti, sensazioni e un grande desiderio di continuare a lavorare per i congolesi.








