Missione Giovani: Gesù nasce a Lampedusa
La spiaggia dell'isola dei Conigli è una perla di Lampedusa: sabbia bianca, mare cristallino, un sentiero vertiginoso e suggestivo per arrivarci. È un piccolo paradiso caraibico, vicino a casa. Per l'estate 2013 è stata votata "la spiaggia più bella del mondo" da un famoso sito internet di turisti.
Al largo di questa meraviglia della natura, il 3 ottobre scorso, hanno perso la vita 366 persone. Un barcone come tanti, sovraccarico di uomini, donne e bambini, ha preso fuoco e la tragedia è stata inevitabile. Le lacrime di fatica e dolore di una soccorritrice, impotente davanti a un dramma dalle proporzioni mai viste, hanno commosso tanti.
L'Europa s'è desta, l'Italia ha candidato al Nobel per la pace gli ospitali e pazienti isolani, rappresentati da una sindaco coraggiosa e determinata. Sicuramente qualche cinico avrà pensato che quella gente "una fine del genere se l'è cercata; cosa vogliono, cosa pensano di trovare qui, dove siamo tutti in crisi...". Per altri, quelle lacrime sono rimaste un'icona, perché la pietà è il sentimento che avrebbe accomunato tutti se ci fossimo trovati nella stessa situazione.
A Lampedusa si respira un'aria particolare, di confine, quasi di perenne attesa. In pochi chilometri si passa da paesaggi incantevoli al campo da calcio polveroso e trascurato, dove il Papa ha incontrato gli abitanti durante la sua visita di luglio. Accanto, quasi in un museo a cielo aperto, come balene piaggiate, sono riunite le "carrette del mare", simbolo di un approdo faticoso, talvolta inutile.
E poi ci sono loro, i lampedusani, che vorrebbero vivere solo di turismo; che se chiedi dei profughi non ne parlano volentieri, perché non portano indotto ma problemi. Eppure, accolgono, salvano, magari si lamentano, ma non si tirano indietro.
Sulla centrale via Roma, ho notato tre ragazzi che vestivano una tuta sportiva. Provenivano dal centro di identificazione dell'isola. Erano giovani profughi in attesa del "foglio di via" per un'altra destinazione. Ci siamo guardati, e quegli occhi me li sento ancora addosso. All'inizio, lo ammetto, ho provato un leggero fastidio, perché mi sentivo spiato. Da turista, mi trovavo a contatto con una realtà vista, letta e sentita tante volte.
Un po' per sfida, un po' per curiosità, anch'io ho guardato loro che chissà quanto avrebbero dato per essere nei comodi vestiti estivi che indossavo dopo una giornata al mare, proprio quel "mare nostrum" che per loro aveva un significato diverso dal mio. Un mare sempre più aperto, sempre meno e solo... nostrum, crocevia di storie e di popoli.
Emigrare significa fuggire da guerra e stenti; significa giocarsi la vita... Lampedusa (ma non solo) è simbolo di un primo approdo; una terra i cui abitanti sanno cosa vuol dire emigrare: le donne si trasferiscono per partorire, i giovani per studiare, gli uomini per lavorare.
Emigrare significa inseguire un sogno. Come hanno fatto Joele e Alex, giovani lecchesi, che nel Kent cercavano la realizzazione personale, forse anche un riscatto da delusioni. Invece, hanno trovato ostilità, invidia e morte, in una terribile "guerra tra poveri". Sogni spezzati, vite interrotte in fondo al mare o nella regale Gran Bretagna, ci insegnano che non decidiamo noi dove nascere. Non è una nostra opzione. Eppure tutti, almeno una volta, scegliamo di fuggire da qualcosa...
Forse, Carlo Levi oggi scriverebbe: "Cristo si è fermato a Lampedusa"... Sicuramente Cristo, oggi, nasce ancora e soprattutto a Lampedusa. Buon Natale!








