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Missione giovani: Bisogna saper perdere…

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Quest'anno abbiamo due eventi sportivi, attesi e seguiti da milioni di appassionati: le olimpiadi invernali di febbraio a Vancouver e i mondiali di calcio in Sudafrica a giugno. Inutile nasconderlo: le due competizioni ci tengono incollati ai teleschermi.

Per la Nazionale di calcio, campione del mondo in carica, si fermano tutti. È una di quelle poche occasioni in cui il nostro Paese si sente unito e spuntano ai balconi le bandiere tricolore. Magari ci fosse lo stesso spirito in tante altre circostanze, meno... sportive! Le olimpiadi invernali sono più di nicchia, ma lo scenario è affascinante e le gare sono emozionanti: sia uno sciatore che si butta a capofitto in discesa, o un bob che sfreccia ai 100 all'ora, o un fondista che arranca sul percorso.

Insomma, siamo tutti pronti a tifare e a contare... le medaglie. Un pizzico di patriottismo va bene, anche se siamo inseriti in un contesto che ci dovrebbe vedere sempre più aperti alla mondialità.

Nello sport, che tanti di noi praticano o almeno tifano, si partecipa sperando e tentando di vincere. Purtroppo, quando arriva la sconfitta, non siamo preparati ad accettarla. E spesso i primi a non "gradirla" sono proprio gli allenatori (educatori?) e chi guarda dalla tribuna privilegiata (parenti, dirigenti, tifosi...). Si legge sempre più spesso di incontri giovanili interrotti per le liti degli adulti sugli spalti o per le risse in campo delle "promesse" di domani.

Sembra generale la tendenza a non saper perdere, a non riuscire ad ammettere che l'altro è stato più bravo. Ci attacchiamo alla sfortuna, o magari ai danni subiti per colpa dell'arbitro. Quasi mai guardiamo ai nostri errori e facciamo autocritica. Insomma, manchiamo di... spirito olimpico. La mano all'avversario per i complimenti facciamo fatica a tenderla. Non dico che sia facile. Diciamo che ci vuole un po' di esercizio: bisogna allenare anche la mente e la pazienza.

La preoccupazione aumenta quando la mentalità solo vincente si trasferisce... nella vita. Esiste la giusta ambizione di realizzare se stessi nel lavoro, nella famiglia, nei rapporti interpersonali. Ma esiste anche la smania d'imporsi, che porta alla sopraffazione. Voler prevalere su tutto e su tutti a ogni costo è indecente. Se manca il rispetto per l'avversario sul campo, può essere che non ci sia nemmeno nella vita di tutti i giorni. Televisioni e giornali ci bombardano con messaggi: fanno intendere che il più bravo è chi si fa vedere di più, chi è "arrivato", chi sfonda... È davvero questa la felicità? Pensiamo tutti che questo sia l'unico modo per vivere il nostro tempo?

Se non siamo noi per primi a cambiare passo, a tendere la mano, a rispettare chi vive intorno a noi e l'ambiente che ci circonda, se l'unico risultato che conta è vincere, fare soldi e carriera in qualunque modo, allora il mondo, non solo quello dello sport, rimarrà com'è, anzi peggiorerà. E magari noi diventeremo vincenti agli occhi degli altri, ma infelici per noi stessi e per chi ci vuole bene. Scriveva Metastasio, nome d'arte di Pietro Trapassi poeta del ‘700: "Se a ciascun l'interno affanno si leggesse in fronte scritto, quanti mai che invidia fanno, ci farebbero pietà".

Riconoscere le proprie sconfitte sportivamente, ha il suo buon vantaggio: forse saremo arrabbiati perché qualcosa è andato storto, ma ci servirà per partire con maggiore convinzione verso altri e più alti traguardi. L'olimpiade della vita sia davvero sportiva!



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