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Quella rete a forma di cuore

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Musica al Rio Moju, in un mattino di gala

Preso dal battello del rio Moju, p. Angelo Pansa si diresse verso la chiesa situata su di un poggio a trecento metri dalla riva. Era una cornice semplice, ma elegante e fatta di mattoni affumicati e cortecce con duecento anni di vita  amazzonica. Opera di arditi missionari gesuiti, dedicata allo Spirito Santo. Spinse la porta e sentì che qualcuno là dentro pregava: "Dacci oggi il pesce nostro quotidiano".

Padre Giovanni Urbani ("el vécio" per gli amici) s'avvide del nuovo arrivato e, non senza nascondere un gesto di meraviglia, interruppe il suo ricamo. Padre Angelo si presentò: “Mi manda il vescovo Frosi. .. ". "Cos'hai detto? Più forte perché son sordo". Già, p. Angelo se l'era dimenticato. Per cui, gonfiando i polmoni ripetè: "Mi manda il vescovo Frosi".

Padre Giovanni, senza lasciarlo finire: "Non occorre gridare tanto! A riscuotere le decime?". “A rimettere in ordine la chiesa e a costruire la casa parrocchiale". Giovanni sorrise per lo scampato pericolo: "Bravo. Il tetto va rifatto. Di giorno, con la pioggia, è una rete da pesca, e di notte si vedono le costellazioni. Quanto alla casa parrocchiale, servirà a te. A me, come abitazione, basta il motoscafo.

Sembrava che i due missionari non avessero più nulla da dirsi. "El vécio" riprese a maneggiare con straordinaria abilità l'ago, e p. Angelo rimase a osservarlo incantato come davanti a un giocoliere che faccia volteggiare i birilli. Poi: "Cos'è una rete per pallavolo?". Padre Giovanni lo guardò brutto come quel giorno che il cavallo "Pino" lo rovesciò dentro il fosso. La rete in fabbricazione era il modello più lungo – circa sessanta metri.

“Basterebbe a sbarrare il Bacchigline a Vicenza”, osservò p. Angelo ricordandosi che l’amico era di Valdagno. Giovanni raccolse la palla al balzo e la restituì da par suo: “Fatica sprecata. Là è rimasto solo qualche barbio bauco”. E sorrise soddisfatto della trovata.

“Quanti rosari vale una rete così lunga?” s’interessò p. Angelo. “El vécio” con una scrollata di spalle: “Chi li conta? Calcolo solo i primi dieci nodi verticali equivalenti a un mistero del rosario. Poi passo al mistero successivo sapendo che a quel punto termina l’ultimo nodo”.

“E se ti scappa un nodo?”. “Impossibile! Si vede proprio che non sei un fabbricante di reti”. Angelo conosceva un tasto dolente e ci mise un dito pesante: “Invece di spendere tanti soldi per il filo di nailon, più sugheri e piombini, faresti meglio a pagare una settimana di studio ai catechisti di Belem”.

Era quello che mancava. Per poco p. Giovanni non perse la calma: “In Belèm si fanno solo chiacchiere. Io almeno do da mangiare ai poveri”. “Allora per oggi darai da mangiare anche a me”, lo avvisò p. Angelo stuzzicato dal profumo di pesce fritto che saliva dall’osteria in riva al fiume.

Scendendo dal poggio verso l'imbarcadero, p. Giovanni attaccò uno dei suoi pezzi preferiti: "La barca è una cuna che i sogni raduna". La "cuna" del "vécio" era un motoscafo Yanmar, di fabbricazione giapponese, dotato di un motore di cinque cavalli diesel. Misurava sette metri di lunghezza per uno e ottanta di larghezza. Cabina con pareti di legno e tetto di lamiera per il "comandante" e il suo armamentario.

Cabina che era un arsenale stipato di tutto e qualcosa in più. L'indispensabile amaca, più alcuni tegami. Due contenitori di plastica per il pesce e uno per il sale. Gomitoli di filo di nailon per tessere altre reti e un valigione che solo due robusti portaborse sarebbero riusciti a sollevare. Là dentro il "comandante" Giovanni custodiva gli oggetti più preziosi: ferramenti indispensabili e pezzi di ricambio per riparare l'imbarcazione in caso di avaria; la farmacia di emergenza con antimalarici, vermifughi, antibiotici, disinfettanti, bende e cerotti; tutto il corredo per la messa e l’amministrazione dei sette sacramenti; libri liturgici, più i fogli per la registrazione dei matrimoni e dei battesimi. Ma la convivenza tra oggetti di natura così diversa era difficile. E a soffrirne di più naturalmente, erano gli elementi più deboli. Per convincersene bastava osservare il camice che era nato candido, ma adesso, a fianco dei ferri, sembrava una tuta da metalmeccanico.

“Non ti impressionare. Questa è la mia “ammiraglia”, disse p. Giovannino quasi per scusarsi che in cabina non si sapesse dove mettere i piedi. “Devo togliermi il cappello?” chiese p. Angelo. Ma, essendo sprovvisto di copricapo, si limitò ad un inchino.

Il giorno seguente p. Angelo rimboccò le maniche e riunì una truppa di operai. Dopo tre mesi la casa parrocchiale era pronta e la chiesa restituita agli antichi splendori. Padre Giovanni, di ritorno da un lungo giro di missione, si fermò a osservare incantato casa e chiesa e accese la pipa in segno di felicità. Poi simulando un certo distacco: “Quando posso fare il trasloco?”.

Era qui che p. Angelo l’aspettava: "Non mi hai detto che mai saresti uscito dal tuo barcone?". "È vero, ma ci ho  ripensato". "Già, ero sicuro che avresti ceduto alla tentazione del benessere. Mi dispiace solo per una cosa". "Che cosa? Dì pure". "Qui non potrai più cantare 'La barca è una cruna". "Pazienza! Cambierò musica. Ti piace 'Fra Martino campanaro?".

Giunse il momento della messa solenne nella chiesa restaurata e fin dall'alba impregnata di tutti i profumi  dell'Amazzonia. Chi veniva dal bosco odorava di muschio. Chi arrivava via fiume sapeva di pesce. Chitarristi dalle dita legnose facevano vibrare le corde degli strumenti. Era la filarmonica del rio Moju in un mattino di gala. L'altare brillava. Padre Angelo accarezzò la tovaglia ricamata e alzò il pollice in segno di approvazione.

Sennonché subito dopo notò con disappunto che la tovaglia dalla parte nascosta ai fedeli era stracciata. Osservò meglio, per concludere che realmente una striscia era stata strappata da un’estremità all’altra. Chiamò il parroco e gli mostrò lo “sbrego”. Giovanni confessò: “Arrivò un ragazzo con uno sfregio profondo sul braccio. Gli scappò “el menarin” mentre tagliava la legna. Cercai ma le bende le ho finite da tempo. Non sapevo cosa fare. Abbi pazienza! Ne strappai solo una fettina. La gente nemmeno ci bada”.

Impossibile arrabbiarsi. Dunque, era vero che Giovanni aveva la testa fuori posto? Qualcuno lo pensava. In quel momento se lo chiese anche p. Angelo, e fu lì lì per crederci. Ma ricordò una frase udita varie volte durante quei tre mesi: “Padre Giovanni ha il cuore in mano”. E questa spiegazione, “benché trovata da povera gente” (Manzoni) gli parve la più vera.

Alla fin fine p. Giovanni Urbani, impareggiabile fabbricante di reti e illustre pescatore dei fiumi amazzonici (che tornava regolarmente senza reti e senza pesce perché dava via tutto), possedeva un’unica irresistibile “rete” per avvicinare le anime e questa aveva la forma di un cuore.

P. Silvano Zennari, s.x.


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