“Mi entusiasma l’avventura”
Dal lungomare di Bari al centro dell’Africa - Rosetta Mancini, mM
Inizio la mia storia con il presentarmi. Sono Rosetta Mancini, missionaria saveriana. La mia città natale è Bari. Sono nata in una casa che si affacciava sul lungomare. Sarà per questo che il mare ha su di me un'attrattiva particolare e i viaggi e l'avventura mi hanno sempre entusiasmato.
Origine della vocazione
Ho ereditato da mia madre la tenacia e il coraggio di andare avanti, nonostante le prove e le inevitabili difficoltà della vita. Mia madre, infatti, rimase vedova con 7 figli, di cui la più piccola di 3 anni e il maggiore di 18 anni. Abbiamo respirato l'atmosfera religiosa e la fede, sia in famiglia - anche uno zio è sacerdote - sia in parrocchia, con gli esempi che avevamo dinanzi. La conclusione è stata la chiamata al sacerdozio di mio fratello, alla vita contemplativa di mia sorella e per me la missione.
Fin da piccola mi è sempre piaciuto leggere. I libri di "avventure" missionarie mi affascinavano e così mi nutrivo di questi. C'era in casa un quadro di una suora che battezzava un bambino africano. Un giorno - avevo circa 13 anni - mi sono fermata a guardarlo e mi sono detta: "Piacerebbe anche a me fare la stessa cosa!".
Missionaria di Maria
Ma ciò che mi ha fatto riflettere di più è stata la lettura della rivista Gentes. Mi è capitato in mano un articolo dal titolo, "E tu?". Parlava della chiamata alla vita missionaria. Avevo circa 15 anni. Mi sono detta: "Questa è la vita che fa per me!". Volevo essere missionaria, ma non suora, disposta ad andare in missione anche come laica.
Nel febbraio del 1953 è arrivato a mio fratello il primo numero del giornalino delle missionarie di Maria. Missionarie senza un abito religioso: era proprio quello che desideravo! Alla fine dello stesso anno, arrivavo a Parma accompagnata da mia mamma che, in un primo momento, non mi aveva dato il consenso, perché temeva i rischi della missione.
Dopo il periodo di formazione, ho trascorso due anni nella clinica saveriana di Posillipo e lì mi hanno comunicato la notizia di essere stata scelta a far parte del primo gruppo di sorelle che partivano per l'Africa, per il Congo, che nel 1960 era ancora colonia belga.
Con madre Bottego in Congo
Eravamo quattro sorelle. Dopo lo stage in Belgio, abbiamo avuto la gioia di essere accompagnate in missione proprio dalla nostra fondatrice, madre Celestina Bottego. Subito ho cominciato a vivere l'avventura missionaria. Dopo soli due giorni dal nostro arrivo a Uvira, nel Kivu, dove lavoravano i missionari saveriani, abbiamo dovuto prendere le consegne delle attività che una comunità di suore belghe stavano svolgendo a Kiliba: un foyer, un ospedale e la maternità.
In Belgio avevo omologato il mio diploma di insegnante, ma a Kiliba mi è stato proposto di occuparmi dei foyer per insegnare a donne e giovani taglio, cucito, ricamo e altre cose varie, tra cui il programma di alfabetizzazione. Con le donne che sapevano il francese - ma erano ben poche - parlavamo in francese; con le altre ci servivamo di traduttrici, non avendo avuto tempo di imparare la lingua locale, il kiswahili.
Invocando tutti i santi
Non essendo sarta, la mia difficoltà era grande. Quando arrivava l'ora del foyer, invocavo tutti i santi del paradiso perché mi venissero in aiuto. In modo strano, ma l'aiuto mi è arrivato: dopo un mese che eravamo a Kiliba, a causa dei gravi disordini che stavano succedendo nel Paese, abbiamo dovuto lasciare la missione per rifugiarci nel vicino Burundi, a Bujumbura.
Qui, con la madre Bottego siamo rimaste ospiti delle suore bianche per tre mesi. Intanto, visto che non si poteva ritornare in Congo, ci siamo date da fare per cercare una missione che avesse bisogno della nostra attività.
Abbiamo trovato accoglienza a Bururi, missione a circa 2.000 metri di altitudine, dove lavoravano i padri bianchi. Così la madre Bottego, dopo tanta incertezza e sofferenza, ha potuto lasciarci per rientrare in Italia.







