Medico saveriano in Bangladesh
Remo Bucari era nato a Avacelli di Arcevia il 28 gennaio 1928. Entrato nei saveriani a 11 anni a Poggio San Marcello, fece la professione dei voti religiosi nel 1945. Mentre frequentava il secondo anno di teologia a Piacenza, sentì il desiderio di diventare medico in missione. Così, interruppe gli studi teologici per iscriversi alla facoltà di Medicina a Parma.
Il “Fatima Hospital” di Jessore
Conseguita la laurea nel 1959, due anni dopo partì per il Bangladesh (allora Pakistan Orientale). Nel 1962, andò a Jessore, dove trovò funzionante un piccolo ospedale, fondato nel 1957 da fratel Lio Stocco. L’ospedale era nato nella veranda di una vecchia chiesa. Fu chiamato “Fatima Hospital” per indicare la sua apertura a tutti, senza distinzione religiose.
L’ospedale ebbe sviluppo quando il dottor Bucari ne assunse la direzione, crescendo nella stima dell’intera regione. Un giorno si presenta un poveraccio, venuto da lontano. “Perché sei venuto fin qui da noi?”, chiese Bucari. Rispose: “Ho fiducia in voi!”. I malati, quasi tutti musulmani, trovavano una parola di conforto e simpatia.
“La missione più bella”
Sulla sua vocazione di fratello medico in terra musulmana scriveva: “Mi trovo ogni giorno a salvare vite umane, infondere coraggio e consigliare al bene questa gente. Eppure so per certo che la mia testimonianza è efficace e porta frutti, anche se non sono visibili per le statistiche. Certo la vita non è facile. Il clima è logorante, la povertà degli altri è reale, senza poesia e a lungo andare deprimente… Solo una ricchezza interiore può renderci sereni.
Eppure, quando vedo missionari intenti allo stesso lavoro, avversati dalle stesse difficoltà, penso che non potevo scegliere una missione più bella!”.
Ora il personale dell’ospedale è tutto bengalese. Il dottor Bucari, partendo per l’Italia a causa di una seria malattia nel 2011, all’età di 83 anni e dopo 50 anni di missione, ha lasciato l’ospedale in buone mani.
Amava la congregazione
Il dottor Bucari è stato un bravo medico e un buon saveriano, amante della congregazione, ma non risparmiava qualche critica anche pungente, come il “Mosquito” (il ciclostilato che lui compilava e spediva a tutte le missioni dal Bangladesh).
Ha passato nella casa madre dei saveriani di Parma gli ultimi tre anni della sua vita, tra miglioramenti e ricadute. Anche qui trascorreva la giornata leggendo libri di letteratura, vite di santi e di spiritualità. Fedele alle pratiche spirituali comunitarie, curava la preghiera personale.
È morto all’ospedale di Parma il 2 gennaio. Ora, dal cielo, protegge il suo ospedale e intercede per i famigliari, i confratelli e i malati, che egli mostrò sempre di amare.








