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LA PAROLA

Nel sesto mese, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei disse: “Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te”. A queste parole ella rimase turbata e si domandava che senso avesse tale saluto (Lc 1,26-30).


C’è un sesto mese che apre e chiude il racconto dell’annunciazione a Maria, testo così conosciuto e ripetuto nell’Ave Maria, che corriamo il rischio di non farcene più sorprendere. Luca ama intrecciare le due nascite: quella del Battista e quella di Gesù.

Come in una specie di antico telaio, annoda i fili di un certo colore, abbandonando per un momento quelli che verranno ripresi dopo. Due storie, così diverse, così distanti anche geograficamente, ma che si spiegano l’un altra. Zaccaria ed Elisabetta sono entrambi di stirpe sacerdotale, anziani e segnati dal marchio della sterilità.

Zaccaria, quando riceve la visita dell’angelo, sta celebrando la liturgia nel Tempio di Gerusalemme. Non crede, non può credere al miracolo di un figlio. Maria vive, invece, in un piccolo villaggio, tra l’altro malfamato, della Galilea. È semplicemente una “ragazza”, l’unico titolo che gli concede l’evangelista, poco più di una bambina, data in sposa, como si usava allora, al marito scelto dalla famiglia.

Dovrà aspettare ancora qualche tempo prima di andare a vivere con Giuseppe, ma nei suoi sogni di fanciulla c’è già una stanza a ridosso di qualche grotta dove passare i giorni insieme, dei bimbi da cullare, il pane da far lievitare, la lana da filare per l’inverno.

Gabriele entra lì, in questa storia comune, che ha l’odore della quotidianità, l’odore dei nostri giorni.

Non vi è nessun segno straordinario che faccia presagire il suo destino di madre del Signore. E dobbiamo ammettere che una certa iconografia non ha fatto un buon servizio a Maria, troppe volte dipinta in posizioni impossibili, con le mani giunte o meditando libri di preghiera improbabili in quel tempo: un essere pallido, etereo, spoglio di quell’umanità e di quella bellezza che solo la realtà possiede.

S’incarica l’angelo, il messaggero della Parola, di rivelare a questa ragazza già donna qual’è il suo nuovo nome: “Gioisci, tu che sei stata colmata della benevolenza di Colui che vuole stare sempre con te”. È Dio, prima di tutto, che si abbassa per oltrepassare la soglia di casa di Maria, che s’inchina di fronte a lei e la saluta facendola saltare di gioia. È un Dio che saluta, che è troppo contento di trovare finalmente dimora nel cuore di carne di questa ragazza: tempio che nessuna mano d’uomo avrebbe mai potuto costruire o immaginare, liturgia che nessun sacerdote aveva finora celebrato.

All’inizio di ogni vita c’è sempre quest’amore anticipato di Dio, questo salto di gioia, quasi a non curarsi di quale sarà la risposta.

E Maria si turba di fronte a quelle parole. Il primo sussulto dell’anima è una specie di vertigine, di stupore frammisto a timore. Ma lei vuole anche capire, interrogare quelle parole in cerca di un senso.

Zaccaria aveva anteposto l’evidenza alla promessa: da due vecchi non può nascere un figlio. Questa giovane donna, invece, accoglie il dono e ragiona fra sé e sé in cerca di un significato, di una ragione.

Chi non si fa domande non è ancora atto a percorrere il lento cammino della fede e dell’abbandono d’amore.

E l’angelo lo sa. Tant’è che è rimasto ad aspettare che Maria lo guardasse di nuovo negli occhi, per ripetergli che Dio l’avrebbe amata per sempre, così come si ama una madre.​



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