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I grandi evangelizzatori del Burundi.

Nel 1998 abbiamo celebrato i cento anni dall’inizio dell’evangelizzazione in Burundi. Ricordo la lettera dei vescovi di questa giovane chiesa, con tanta ammirazione e riconoscenza per quei tempi lontani e difficili.

Quanti missionari erano partiti dal Belgio salutando, spesso, con un “Arrivederci in paradiso”!

I missionari vestiti di bianco

2007 11 Todeschi2Per tanti, questo saluto si realizzò davvero. Tanti sono morti giovani per febbre gialla, malaria o per stenti; alcuni senza nemmeno arrivare alla meta. Altri, uccisi, sono divenuti chicchi di grano seminati nel solco del Regno. Come i tre missionari che nel 1881 furono uccisi a Rumonge, sul lago Tanganika. Dopo vari tentativi, sfidando il veleno degli stregoni che temevano “concorrenti pericolosi”, finalmente nel 1898 i missionari si stabilirono in Burundi.

I primi sono stati i "missionari d'Africa", conosciuti come "padri bianchi", fondati dal cardinal Lavigérie nel 1868. Noi saveriani - che contiamo 44 anni di presenza in Burundi - abbiamo appreso proprio da loro le prime nozioni di lingua, cultura e pastorale missionaria.

Padre F. M. Rodegem meriterebbe un monumento. A lui dobbiamo il dizionario, la grammatica e altri testi preziosi, e la scrittura del kirundi, la lingua del Burundi. Nel suo dizionario, molto dettagliato e ricco, mai superato da altri migliori, egli ha messo anche molte nozioni della cultura e tradizione orale del Burundi. Si resta meravigliati nel costatare come il kirundi sia una lingua difficile, concisa e strutturata; pur essendo stata tramandata solo oralmente, è coerente e logica, con poche eccezioni.

Come richiesto dal concilio Vaticano Il, è stato facile adottare questa lingua nella liturgia, con grande gioia per tutti i cristiani del Burundi. In kirundi sono stati composti tanti bei canti per la liturgia e la devozione popolare.

Tipi meravigliosi ed esemplari

Tra i tanti che meriterebbero, cito solo qualcuno con piccoli flash, per descrivere una storia che fa onore alla chiesa missionaria e che spiega l’ammirazione che noi saveriani abbiamo per loro.

È anche un’eredità che ci impegna.

Padre Bagein. A Murago, dove ho iniziato la mia esperienza missionaria dal 1966 al ‘71, la gente lo chiamava il “secondo Dio”. Mi dicevano che una ventina d’anni prima, la gente voleva andarsene a causa dei cinghiali, gazzelle e scimmie che distruggevano i raccolti. Le loro frecce e archi non riuscivano a cacciarli sufficientemente.

Padre Bagein, con il suo fucile, poté rassicurarli e ottenere un miglioramento decisivo in modo che non abbandonassero. Per di più, avevano carne in abbondanza di cui nutrirsi... Per questo lo avevano chiamato con un nome tanto grande da riconoscerlo come "secondo Dio".

Aveva anche un accompagnatore fedele, Bonifasi, che gli faceva da “spalla”, su cui posare la canna del fucile e mirare meglio. È stato proprio l'accompagnatore a raccontarmi questi ricordi, mostrandomi una vallata tutta coltivata a bananeti e verdure. Mi diceva: “Vedi, qui era solo steppa; ora guarda che miracolo può fare il lavoro di una famiglia liberata dalle bestie selvatiche!".

I padri Boonen erano due fratelli fiamminghi. Il più grande, Theo, l’ho conosciuto a Rumeza durante la guerra civile e il genocidio del 1972. Era come un torello per la forza e la tenacia indomita, sia nel lavoro e nelle costruzioni sia per l'attività missionaria. Non era mai stanco.

Suo fratello Henry era professore nel seminario diocesano. Insegnava matematica e francese. Ma aveva messo su un allevamento di porci da far invidia; e così assicurava una buona entrata per la cassa del seminario. Quando il loro omonimo ciclista Boonen vince negli sprint, mi conferma in questi ricordi di vita missionaria...

Padre Theo Neven, pure lui fiammingo, aveva fatto un incidente guidando la macchina. Da allora decise di andare a piedi o con altri al volante. Era un gran camminatore. Io, montanaro trentino che andavo a funghi e portavo le vacche al pascolo, avevo un bel da fare per stargli dietro, quando andavamo a visitare le comunità cristiane della missione.

Questi due Theo, il Boonen e il Neven, erano assieme a Rumeza. Nei giorni della guerra del 1972, obbligati a restare in casa per due mesi continui, mi insegnarono a giocare a canasta... Non solo. La loro esperienza pastorale era molto preziosa, anche se poi si iniziarono le comunità di base, ereditate dall’America latina.

Un vescovo, campione di gioco a carte

Monsignor Joseph Martin, anch'egli missionario belga, è stato l'iniziatore delle diocesi di Ngozi e Bururi. Ho avuto l’onore di lavorare con lui dal 1966 al '71. Ha fondato anche una congregazione locale di suore, le bene-Mariya o figlie di Maria, oggi molto fiorente. Era stato lui a venire a Parma e chiedere che i saveriani andassero nella nuova diocesi di Bururi. Prima il Burundi aveva solo missionari belgi, essendo parte del protettorato del Belgio.

A tavola con preti e missionari, o in sacristia prima di una celebrazione, mons. Martin non sembrava davvero né vescovo né fondatore, ma un compagnone! Le sue battute e risate non erano del tutto in linea con il diritto canonico o la devozione liturgica... Forse proprio per questo, ci era simpatico. Conosceva il kirundi in modo perfetto ed era il miglior conoscitore della storia del Burundi.

Forse perché conosceva troppe cose, l'allora presidente Bagaza (che espulse anche una ventina di noi saveriani dal paese), impedì al vescovo di uscire dalla “zona di transito” all’aeroporto di Bujumbura nel 1979, quando voleva venire a passare i suoi ultimi anni in Burundi.

Quando per riconoscenza e amicizia gli feci visita in Belgio, mons. Martin mi lesse dal suo diario questa frase:

“Mi avete impedito di tornare e di morire in Burundi. Ma nessuno potrà impedirmi di risuscitare in questo mio Paese”.



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