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Giovanni Paolo II era un uomo di pace e i richiami affinché tutte le guerre nel mondo venissero scongiurate hanno contraddistinto il suo Pontificato, coinvolgendo nella preghiera comune anche i rappresentanti delle altre religioni.

"Non muri, ma ponti!"

Papa Wojtyla andava dritto al problema per indicare la soluzione con uno "slogan" chiaro e radicale, senza compromessi. Inutile e dannoso mettersi a giocare con il fuoco. Meglio chiamare le cose con il proprio nome, nello stile del vangelo. Così all'Angelus di domenica 16 novembre 2003, dopo gli atti terroristici in Iraq e in Turchia e l'avvio della costruzione del muro israeliano.

"Nessuno può abbandonarsi alla tentazione dello scoramento o della ritorsione: il rispetto della vita, la solidarietà internazionale, l'osservanza della legge devono prevalere sull'odio e sulla violenza. Rinnovo la mia ferma condanna per ogni azione terroristica compiuta. Debbo al tempo stesso rilevare che, purtroppo, in Medio Oriente il dinamismo della pace sembra essersi fermato. La costruzione di un muro tra il popolo israeliano e quello palestinese è vista da molti come un nuovo ostacolo sulla strada verso una pacifica convivenza. In realtà, non di muri ha bisogno la Terra Santa, ma di ponti! Senza riconciliazione degli animi, non ci può essere pace. I responsabili abbiano il coraggio di riprendere il dialogo e il negoziato, liberando così la strada verso un Medio Oriente riconciliato nella giustizia e nella pace".

Cadano i muri, si aprano le porte!

Un altro muro era già crollato: il muro di Berlino (9 novembre 1989). Qualcuno afferma che papa Wojtyla ne sia l'artefice. Se non proprio così, ne è stato certamente un protagonista entusiasta, per un evento a lungo sperato e atteso. Un muro in meno e tante porte aperte.

Davanti a una sterminata folla di tedeschi il 23 giugno 1996 Giovanni Paolo II pronuncia queste parole: "Das neue Haus Europa, von dem wir sprechen... La nuova casa Europa ha bisogno di una Berlino libera e di una Germania libera. Ha soprattutto bisogno di aria per respirare, di finestre aperte, attraverso le quali lo spirito della pace e della libertà possa entrare. L'Europa ha quindi bisogno di uomini convinti, che aprano le porte, di uomini che tutelino la libertà mediante la solidarietà e la responsabilità. Non solo la Germania, ma anche tutta l'Europa ha bisogno per questo del contributo indispensabile dei cristiani".

"Mai più la guerra!"

Affacciato al balcone, papa Wojtyla parla ai fedeli riuniti in piazza San Pietro, invitandoli a pregare per la pace. Era il 2003, nel pieno della crisi irachena. Il presidente Usa aveva incaricato James Nicholson, ambasciatore presso il Vaticano, di organizzare un convegno per "convincere" il papa della legittimità della "guerra preventiva". Ovviamente papa Wojtyla non si è fatto arruolare.

"Voglio ricordare che l'uso della forza rappresenta l'ultimo ricorso, dopo aver esaurito ogni altra soluzione pacifica. Ecco perché - di fronte alle tremende conseguenze che un'operazione militare internazionale avrebbe per le popolazioni dell'Iraq e per l'equilibrio dell'intera regione del Medio Oriente, nonché per gli estremismi che potrebbero derivarne - dico a tutti: c'è ancora tempo per negoziare; c'è ancora spazio per la pace; non è mai troppo tardi per comprendersi e per continuare a trattare. Riflettere sui propri doveri, impegnarsi in fattivi negoziati non significa umiliarsi, ma lavorare con responsabilità per la pace" (Angelus, 16 marzo 2003).

Poi ha aggiunto: "Io appartengo a quella generazione che ha vissuto la seconda guerra mondiale ed è sopravvissuta. Ho il dovere di dire a tutti i giovani, a quelli più giovani di me, che non hanno avuto questa esperienza: "Mai più la guerra!". Dobbiamo fare tutto il possibile! Sappiamo bene che non è possibile la pace ad ogni costo. Ma sappiamo tutti quanto è grande questa responsabilità".

La sfida del dialogo per la pace

Il 27 ottobre 1986, Assisi era affollata di leader religiosi dai tanti colori per la giornata mondiale di preghiera per la pace: un'altra "invenzione geniale" di papa Wojtyla.

"Per la prima volta nella storia ci siamo riuniti da ogni parte, chiese cristiane e religioni mondiali, in questo luogo sacro per testimoniare davanti al mondo, ciascuno secondo la propria convinzione, la qualità trascendente della pace. La forma e il contenuto delle nostre preghiere sono molto differenti, ma abbiamo scoperto che c'è qualcosa che ci unisce. È questa la ragione per cui ciascuno di noi prega per la pace...

La pace è un cantiere aperto a tutti, è una responsabilità universale: essa passa attraverso mille piccoli atti della vita quotidiana. A seconda del loro modo quotidiano di vivere con gli altri, gli uomini scelgono a favore della pace o contro la pace... Ciò che abbiamo fatto oggi ad Assisi, dobbiamo continuare a farlo ogni giorno della nostra vita. Il mondo non può fare a meno della preghiera.

In questo spirito, invitiamo i leader mondiali a prender atto della nostra umile implorazione a Dio per la pace. Ma chiediamo pure ad essi di riconoscere le loro responsabilità e di dedicarsi con rinnovato impegno al compito della pace, a porre in atto le strategie della pace con coraggio e lungimiranza.

Perdoniamo e chiediamo perdono!

"Ho parlato a lui come a un fratello al quale ho perdonato". Non sapremo mai cosa si siano detti, dentro la cella del carcere la vittima e l'attentatore che aveva sparato per ucciderlo. Ma proprio perché aveva perdonato, papa Wojtyla ha avuto il coraggio di chiedere alla chiesa un atto di coerenza: "s'inginocchi dinanzi a Dio e implori il perdono per i peccati passati e presenti dei suoi figli". In varie circostanze e luoghi il papa aveva chiesto perdono, ma l'atto pubblico e liturgico è avvenuto il 12 marzo 2000, prima domenica di quaresima dell'Anno Santo. È un atto profondamente evangelico e missionario.

"Per il legame che, nel Corpo mistico, ci unisce gli uni agli altri, tutti noi portiamo il peso degli errori e delle colpe di chi ci ha preceduto. Riconoscere le deviazioni del passato serve a risvegliare le nostre coscienze di fronte ai compromessi del presente, aprendo a ciascuno la strada della conversione. Perdoniamo e chiediamo perdono!

Chiediamo perdono per le divisioni che sono intervenute tra i cristiani, per l'uso della violenza che alcuni di essi hanno fatto nel servizio alla verità, e per gli atteggiamenti di diffidenza e ostilità assunti talora nei confronti dei seguaci di altre religioni. Confessiamo, a maggior ragione, le nostre responsabilità di cristiani per i mali di oggi: ateismo, indifferenza religiosa, secolarismo, relativismo etico, violazioni del diritto alla vita, disinteresse verso la povertà di molti Paesi. Per ciascuno di noi che, con i suoi comportamenti ha contribuito a deturpare il volto della chiesa, chiediamo umilmente perdono.

Mentre confessiamo le nostre colpe, perdoniamo le colpe commesse dagli altri nei nostri confronti. Nel corso della storia innumerevoli volte i cristiani hanno subito angherie, prepotenze, persecuzioni a motivo della loro fede. La chiesa di oggi e di sempre si sente impegnata a purificare la memoria di quelle tristi vicende da ogni sentimento di rancore o di rivalsa.

Dall'accoglienza del perdono divino scaturisce l'impegno al perdono dei fratelli e alla riconciliazione reciproca.



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