La vita è specchio del vangelo?
La casa saveriana di via Sulcis 5 (Cagliari), sabato 10 di dicembre, si è animata per accogliere le animatrici missionarie del Sud della Sardegna. È stato un giorno importante di preghiera e preparazione al S. Natale. Ho avuto la fortuna di animare la meditazione e l’Eucaristia.
Senza cambiamento è un rito vuoto
La riflessione è stata sulla figura di Giovanni il Battista, l’ultimo dei profeti dell’Antico Testamento; è focoso, quasi arrabbiato e annuncia la fine dei tempi in toni drammatici. Colpisce il modo violento di affrontare i farisei e i sadducei. Arriva a chiamarli “razza di vipere”. Perché questa violenza nel linguaggio? Si capisce da un’altra sua frase: “si credevano sicuri della salvezza da parte di Dio, perché erano ebrei e facevano parte del popolo eletto...”.
Automaticamente, si credevano salvati senza fare opere degne della conversione, come la giustizia, il rispetto per ogni persona, la solidarietà…
Agli occhi di Giovanni, queste persone, che si presentano a lui solamente per il battesimo di acqua, non sono convertite. Vengono a compiere un rito che, senza cambiamento di vita, è vuoto. Noi in missione, in Ciad, quando si è trattato di tradurre questo brano in lingua masa, abbiamo scelto un’altra traduzione possibile: “fate opere che mostrano che siete convertiti”. Questa frase è ripetuta sia dal vangelo di Matteo che da Luca.
Per accogliere Gesù nel cuore
Questo è importante per Giovanni, più del rito battesimale in sé stesso. Le folle chiedono: cosa dobbiamo fare, visto che per salvarsi non basta essere figli di Abramo, cioè membri del popolo eletto? Giovanni risponde suggerendo alcune opere da compiere: chi ha due vestiti ne dia uno a chi non ne ha, chi ha da mangiare faccia lo stesso.
Anche i pubblicani, quelli che riscuotevano le tasse per i romani, chiedono cosa devono fare. Giovanni risponde che non devono sfruttare la gente per arricchirsi, riscuotendo più del dovuto; devono essere onesti. Ci sono pure i soldati. Il Battista risponde loro: non maltrattate e non estorcete niente a nessuno, accontentatevi delle vostre paghe.
È il programma proposto a chi desidera prepararsi ad accogliere il Messia, nel proprio cuore.
Non fermiamoci al formalismo
Diceva il mio vescovo in Ciad ai suoi cristiani: “Non crediate di essere cristiani, solo perché siete battezzati e avete una sola moglie, oppure perché non fate più i sacrifici agli spiriti e non consultate l’indovino quando avete dei guai. Certo, anche questo, ma il modo migliore per mostrare che siete cristiani è vivere il messaggio di Gesù, il suo comandamento che è l’amore...”. Altrimenti siamo come i farisei e i sadducei, che credono di salvarsi restando attaccati ai loro riti eseguiti senza amore.
Perché il formalismo, la pratica senza cuore delle devozioni, sono sempre in agguato anche per noi cristiani, da molte generazioni.
Noi diciamo: “Io vado a messa tutte le domeniche, faccio tutte le feste, le processioni, le novene, sono a posto!”. Giovanni ci risponde che non è così, se la nostra vita non è lo specchio del vangelo. Messe, processioni, novene sono tutte cose belle che ci devono aiutare poi, quando usciamo di chiesa, a compiere opere che mostrano il nostro essere cristiani. Altrimenti ci stiamo imbrogliando.
L’Eucaristia è stata partecipata con canti, preghiere e la processione offertoriale. È seguito il pranzo familiare e allegro, come sempre.
Ci siamo dati l’arrivederci per il ritiro della quaresima, sabato 8 aprile.







