Di don Gianluca, Andrea, Alessandro, Emanue: Un aggiornamento sull’iniziativa dei quattro sacerdoti bergamaschi che hanno trascorso la quaresima in tenda.
Con la Pasqua le visite sono sostanzialmente terminate. La palla è tornata nuovamente a noi. Che fare della protesta con cui abbiamo iniziato? Come rispondere alle attese emerse dagli incontri? Abbiamo bisogno di tempo per capire e rispondere. Ecco una ragione per cui la tenda è ancora qui e noi siamo ancora dentro. Per ora, ci pare il luogo migliore per ascoltare le periferie, per custodire le intuizioni nate, per dar vita a nuove azioni di proposta in favore degli indifesi del mondo.
L’elenco delle aberrazioni etiche e giuridiche è infinito. E diventiamo remissivi per soffrire di meno, ma noi non vogliamo abituarci. Come tutti ci sentiamo impotenti e l’impotenza acuisce il dolore. Crediamo che questo dolore sia il ponte che ci tiene collegati alla realtà e alla nostra comune umanità. Per questo non vogliamo disfarcene. E per questo restiamo nella tenda.
Beninteso, è del tutto inutile restare in una tenda per migliorare la condizione degli oppressi. Ma anche abitare una casa lo è. La differenza è che in una tenda piantata tra le case è più difficile abituarsi. In un tenda devi dare spiegazioni a te stesso e agli altri. In una tenda è più facile immaginare ciò che i poveri vivono.
Ciò che è stato fatto non può essere cambiato.
L’unica cosa che possiamo e dobbiamo fare è implorare che accada l’impossibile: il perdono. Non c’è altra speranza di salvare l’umanità che abbiamo perduto.
È questa un’altra ragione, per cui continuiamo ad abitare la tenda. Domandare perdono sarebbe d’altra parte un insulto se fosse disgiunto dalla volontà di dare un nome ai crimini commessi in passato e denunciare quelli in corso.