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P. Francesco Zampese, della comunità saveriana di Brescia, un po’ di tempo fa è stato intervistato da Teresina Caffi, missionaria di Maria-Saveriana. Pubblichiamo qui una sintesi di quella bella conversazione.

Gli inizi della tua missione
Sono arrivato a Bukavu, capoluogo del Sud-Kivu, in Congo RD il 5 settembre 1973. Dopo alcuni mesi passati a Baraka, per lo studio della lingua swahili, sono stato mandato per due anni e mezzo al Seminario Minore di Mungombe, nell’Urega. La vera esperienza pastorale missionaria è cominciata nel 1976, a Kamituga, con il mio grande maestro, don Alberto Dioli, sacerdote fidei donum ferrarese. Kamituga era una cittadina multietnica, dominata da una società mineraria multinazionale che cercava oro e cassiterite. Qui abbiamo appreso l’alfabeto della resistenza al potere coloniale franco-belga ed è cominciata l’esperienza di una missione impostata soprattutto nella ricerca della libertà e della dignità di un popolo. La Chiesa non era riuscita a dissipare l’equivoco tra il missionario che annuncia e il bianco che sfrutta. Faceva comodo avere amicizie che contano. È stato p. Giuseppe Veniero il primo a prendere le distanze da questo… comportamento. Sono stato l’ultimo saveriano a Kamituga. Hanno mandato un presbitero locale e poi un altro, ma non avevano una preparazione su una pastorale più attenta alle logiche del tempo.

Poi, c’è stata Goma…
Dal 1979 al 1992. È stata un’esperienza meravigliosa, con una comunità mista: p. Silvio Turazzi, Edda Colla e Paola Mugetti. Abbiamo impostato tutta la vita missionaria sulla testimonianza fraterna: essere dei fratelli e delle sorelle. Questo ci portava ad essere vicini alla vita normale, spogliandoci di tutto ciò che è clericale. Era una presenza di prossimità.

E a Bukavu?
Nel 1992 abbiamo accompagnato il cammino dei Gruppi d’opinione, che volevano portare la popolazione non solo a piangere, ma ad esprimere dissenso. Usavamo mezzi molto semplici. Una cosa che ha fatto molto scalpore sono state le lavagne nella grande piazza del quartiere popolare di Kadutu con affissi gli articoli di tutti i gruppi di Bukavu, che facevano un’analisi della situazione e indicavano comportamenti popolari di resistenza. La reazione fu molto forte: i militari circondarono la piazza, presero e spaccarono le lavagne e le portarono dal Governatore. Da lì cominciò il conflitto aperto contro di noi. Mi fu ritirato il passaporto e fui allontanato da Bukavu. Dal ‘92 in poi la dittatura di Mobutu diventava sempre più aggressiva e violenta.

Dove sei andato allora?
A Kasongo. Mi costò molto l’isolamento, ma fu un periodo interessante, con piccoli progetti di artigianato. Lì abbiamo fatto la prima marcia di protesta perché la guardia civile smettesse con le violenze. E, in effetti, le autorità hanno messo in riga i militari. Abbiano annunciato alla gente che era tempo di dire “basta”!

Il 1994 è un anno tragico
Ero a Goma nell’anno del genocidio ruandese, culmine di quattro anni di guerra in Ruanda. Centinaia di migliaia di profughi ruandesi si erano riversati nel Nord-Kivu e nel Sud-Kivu, in campi lungo la frontiera con il Ruanda. A fine ottobre 1996, venne assassinato mons. Christophe Munzihirwa, arcivescovo di Bukavu. Fu un periodo di uccisioni. La Chiesa era vittima ma anche silente. Durante un incontro, il mio intervento non era piaciuto al vescovo di Goma che era presente. Dovetti lasciare la diocesi ed il Paese. La virulenza che c’era nel sistema ci ha fatto soffrire spiritualmente.

Ti sei sentito solo?
Abbastanza, però ero in sintonia con p. Sartorio e anche con p. Giovanni Querzani, che non era vicino fisicamente. Anche Antonina e Luisa mi sono state molto vicine. Sono andato a Vicomero (PR), nella fraternità di p. Silvio Turazzi, che accoglieva i migranti e continuava la solidarietà con la popolazione di Goma.

Ma con l’Africa non è finita…
Nel 2003 vengo mandato in Camerun. Mi sembrava di essere in Europa rispetto al Congo. Però la società ha i suoi problemi. In superficie sembra che tutto vada bene, ma sotto le ceneri c’è la disperazione. È stata una pastorale “classica”. Di fronte alle immigrazioni disastrose di questi anni, si sente forse un Presidente africano che prende la parola, che chiede aiuto per i propri giovani? Corrono piuttosto da questo o quello per stringere solo accordi economici. Vorrei dire ai cristiani africani: basta subire! Dovrebbe essere il compito specifico della chiesa risvegliare il mondo intero. Il vero male del colonialismo è aver creato la cultura di essere subalterni.

Cos’è la missione?
Liberare, non assistere. Helder Camara diceva che “l’assistenza porta ad essere applauditi, la liberazione porta alla lotta”. Vorrei una missione che sia veramente al servizio della società, che metta in moto il cervello e il cuore delle persone. Che la visione della vita sia sconvolta, che si entri nel vivo della matassa.

Cosa speri?
Mi ritrovo nella frase di papa Francesco: “Sogno un mondo in cui non ci siano più gli altri”. La missione deve lottare per eliminare questo linguaggio. A Goma e a Bukavu mi offendeva tantissimo sentire “Mzungu anapita (passa il bianco)”. Mi fermavo e dicevo: “No, non sono mzungu: mi chiamo Francesco”. E quando un giorno ho sentito: “Francesco, come stai?”, mi sono detto: “Sono a casa”. La missione deve anche lottare per eliminare il confine. Tutte le guerre sono avvenute per proteggere i confini. Il confine non è più buono se diventa un’ideologia, un’idolatria. Ma la nostra fede non ha confini. La missione deve promuovere una visione universale che vada al di là di un confine fatto dalle mani dell’uomo.

Cosa diresti ad un giovane missionario?
Di spogliarsi del complesso di superiorità, cercare veramente di essere un fratello che dà una mano, ma senza mai imporsi. Charles de Foucauld è stato un grande in questo: s’è davvero fatto fratello universale.
L’espressione “missione ad gentes”, a mio avviso, esprime un senso di superiorità. È un linguaggio che mette sul piedistallo. Siamo persone che cercano di mettersi veramente nell’uguaglianza. L’uguaglianza è alla base della pace.

P. Francesco Zampese ha raccontato la sua vita missionaria nel libro “Missione, progetto di libertà” … Chiedete all’autore (frazampese@yahoo.com).



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