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di: Dolores e Pierre

La veglia diocesana di preghiera per la missione si è tenuta nella cattedrale di Parma venerdì 16 ottobre. Al tema generale, "Vangelo senza confini", è stato aggiunto "Riconciliazione in Africa e con l'Africa": un'attenzione particolare verso la chiesa africana, che stava celebrando il suo secondo sinodo a Roma.

Canti e danze in varie lingue

L'incontro di preghiera è stato animato dal coro di amici e studenti saveriani. I canti erano in varie lingue: kishwahili, portoghese, lingalo e italiano, accompagnati da chitarre, violino, corno e tamburo. Sui gradini verso l'altare era collocata una grande cartina dell'Africa con davanti candele diverse, mentre la Parola di Dio è stata portata all'ambone con la danza di una nigeriana e un congolese.

La veglia è stata preparata dal centro missionario diocesano con la collaborazione degli studenti saveriani e l'associazione "Muungano" di Vicomero, di cui è ispiratore p. Silvio Turazzi. Il cuore della veglia era l'ascolto della Parola di Dio e delle testimonianze dei missionari. Il primo a dare la sua testimonianza è stato il saveriano 78enne, p. Giuseppe Berton.

L'esempio del piccolo Sahr

"La Sierra Leone mi ha accolto nel 1964, tre anni dopo l'indipendenza. Da allora la popolazione è vissuta per molto tempo in pace. Tutti lavoravamo e il Paese cresceva. Ma tra il 1990 e il 2000 conflitti e violenze hanno fatto soffrire i sierraleonesi. Dal 2001 stiamo cercando di recuperare. La parola riconciliazione iscritta sulla cartina dell'Africa davanti a noi mi fa ricordare una bella storia.

Negli anni novanta abbiamo avuto il permesso di entrare nei campi militari dove c'erano anche i bambini soldato. Abbiamo conosciuto Fodan, uno dei capi che ogni tanto veniva a trovarci con la sua guardia del corpo: un bambino armato chiamato Sahr. Dopo molti tentativi, Sahr ha potuto riprendere la scuola e una vita normale. Un giorno arrivò una signora da molto lontano, dicendo di essere la sorella di Sahr. Aveva fatto un viaggio interminabile per trovare il fratellino. La gioia dell'incontro è stata indescrivibile.

Più tardi, tornò il comandante Fodan. Veniva dal carcere e probabilmente doveva rientrarci. Chiese che la sua piccola bambina potesse avere una buona educazione. Sahr, anche contro il nostro parere, accettò di tenere con sé la "sorellastra" per presentarla alla sorella, che incredibilmente accettò di prenderla con sé".

A commento della storia di Sahr, p. Berton ha detto: "Penso che la riconciliazione non sia un fatto di convenienza momentanea, ma una costante. E per noi cristiani l'idea diventa più completa in quella riconciliazione nel sangue di Cristo, che unisce gli uomini tra loro e con Dio".

Una testimonianza diversa!

"Che bella l'esperienza di quel missionario!", esclama un giovane alla fine della veglia. Anche gli amici sono soddisfatti. Uno afferma: "Non sempre s'incontrano persone che raccontano cose belle di terre lontane". Un altro aggiunge: "Generalmente, le testimonianze dei missionari mi fanno provare compassione e mi spingono alla generosità; oggi invece sono rimasto ammirato...". E un altro dice: "Almeno dai missionari possiamo sentire belle notizie. Loro vivono solo per annunciare la buona notizia". Un ultimo conclude: "Questa volta ho visto nel missionario una persona semplice, felice e positiva".

Tutti questi commenti hanno catturato il mio cuore di studente saveriano. Ho ripensato anche alle altre parole di p. Berton quando ha raccontato che in Sierra Leone ragazzi di religioni diverse vanno a scuola insieme. "Un giorno - ha detto il missionario - abbiamo scoperto che tutti conoscevano la preghiera cristiana del Padre Nostro e la preghiera musulmana chiamata Alfatia. Quei ragazzi mi danno una soddisfazione inaspettata. È meglio che me ne torni presto in Sierra Leone. Qui a Parma... fa molto freddo!".



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