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Si conclude il racconto della Settimana Santa in Messico; la prima puntata è stata pubblicata sul numero di aprile (n° 4) 2025. 

Ad ogni settimana santa vissuta in Messico, ho partecipato agli autos de fe o autos sacramentales. Il Messico è una confederazione grande sette volte l’Italia, molto differenziata da stato a stato. Nel Messico Centrale, che si estende dalla città di Zacatecas a Città del Messico, si avverte ancora, in un certo senso, la societas christiana, così come era anche in Europa in tempi passati. 

La Settimana Santa è un momento in cui questo si nota più che in altri periodi. Le cerimonie cominciano il giovedì con la processione degli apostoli che, con il “Nazareno”, vanno alla Messa cosiddetta della “lavanda dei piedi”. Sono persone che spesso pagano qualcosa alla confraternita organizzatrice per intervenire a recitare la parte degli apostoli o di Cristo. Nello stesso giorno, la gente fa la visita ai Sette Altari, visitando sette chiese, o va in pellegrinaggio verso alcuni santuari come quello del Cristo Negro di Salamanca che catalizza la devozione di decine di migliaia di pellegrini. Per la gente che viene da ogni dove, ma specialmente dalla campagna, la statua dell’Uomo Nero sulla croce è davvero una “reliquia” di Cristo. Il colore non è a caso: rappresenta le migliaia di “peones” che faticavano, e ancora faticano, nella campagna. Ho visto la gente piangere davanti al crocefisso, strofinare un po’ di cotone al palo della croce per conservarlo come reliquia preziosa.

Ma è soprattutto il Venerdì Santo che si manifesta, in un modo che possiamo dire spettacolare, la religiosità popolare. Verso l’una del pomeriggio inizia, nelle strade, la sacra rappresentazione: Gesù è presentato a Pilato poi a Erode, di nuovo a Pilato ed è condannato a morte. Da lì comincia il vero Calvario dell’attore-Cristo. È una rappresentazione nella quale l’attore si immedesima con la parte fino a soffrire realmente e volontariamente per i peccati propri e altrui. Davanti va Giuda, con la borsa sonante dei denari, al quale la gente grida il suo rancore; i legionari romani, con profili aztechi, frustano Gesù, che cammina scalzo con i piedi martirizzati sull’asfalto rovente, sotto il sole a picco che non concede più nessuna ombra, a quell’ora, in aprile. 

Questi drammi sacri si rappresentano, se non in tutte le parrocchie, di sicuro nella maggioranza. Il più grande e fastoso è quello che ha luogo in una zona della megalopoli di Città del Messico, con la partecipazione di 250 comparse, 15 confraternite religiose e circa un milione e mezzo di spettatori. Caratteristica è anche la processione del silenzio dove sfilano migliaia di persone, al suono ritmato e cupo del tamburo: ci sono le varie confraternite scortate da charros a cavallo, portando ognuna una statua di Gesù che rappresenta un momento della passione. 

In tutte queste sacre rappresentazioni la moltitudine del popolo appare come il coro nella tragedia greca, con la funzione di commentare gli avvenimenti e di esaltare i sentimenti. È una folla di vari colori, nella quale è bello perdersi: alcuni partecipano in silenzio, ascoltano e guardano, altri piangono; c’è anche chi, un po’ più lontano, parla coi vicini, mangia un gelato; ci sono i venditori di acqua, di bibite, di semi commestibili, di dolci...



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