La quotidianità della Sierra Leone
Al passare delle prime ore del mattino, ancora fresche a causa della notte ventosa trascorsa, il sole si riabitua alla Sierra Leone. Il caldo diventa soffocante, umido e l’afa fa sudare appena si muove un passo. Con il caldo inizia anche la vita: le persone si svegliano e iniziano a lavorare e con loro arrivano il movimento e il rumore.
Kabala si accende per gradi: prima le voci basse dei primi passanti, poi il rombo delle moto e poi tutto insieme, in un frastuono che non ha un inizio definito, che proviene da tutte le direzioni. Durante il giorno, le attività convergono in un solo luogo: il mercato. Qui il caos regna sovrano: molti vendono, alcuni comprano ma tutti si fanno sentire. Entrarci significa perdere la cognizione del tempo, tutti i sensi vengono coinvolti, si è frastornati dal troppo. Troppi suoni, troppi odori, troppi colori. È un mondo a parte.
Essere straniera nel mercato, camminare per la città implica essere notata, aspetto che non mi aspettavo di sperimentare. In Europa sei uno tra tanti; in Sierra Leone, in particolare a nord di Kabala, essere di etnia diversa significa essere in minoranza. Tutti ti guardano, tutti ti vogliono toccare, come se volessero capire che cosa ci sia di diverso.
Il senso del tatto ha un ruolo fondamentale. I bambini per strada spesso mi prendono la mano o mi toccano i capelli, mi studiano e poi se ne vanno, a volte anche senza salutare. L’unica cosa che li attrae è il mio essere diversa, una figura nuova in una vita fatta di ripetizione delle stesse cose.
Ed è proprio questo che significa quotidianità. Nel mio tempo qui ho notato che la routine, da cui spesso cerco di scappare in Europa, qua non fa paura: ripetere ogni giorno le stesse azioni significa stare bene.
Così, le ore passano e al tramonto tutto inizia ad acquietarsi, ma Kabala non dorme mai. Quando il sole tramonta appaiono le torce e le luci delle moto e delle macchine che passano. L’elettricità rimane un lusso nella maggior parte del Paese, durante il giorno si mettono a caricare le torce alla luce del Sole. La musica però non cessa mai, che sia giorno o notte, sembra non aver bisogno di corrente elettrica. A volte parte da sé, continua imperterrita a tutte le ore, che siano le cinque di mattina o di pomeriggio.
Il ritmo ce l’hanno nel sangue, tutti cantano e tutti ballano. È prova tangibile di esistenza, è il rifiuto totale di immobilità e silenzio. Questo lo vivono da quando sono così piccoli da dover essere portati sulla schiena della mamma. Le donne fanno tutto con i loro bambini, che si tratti di andare al mercato o di insegnare a scuola. I figli non le fermano, sono una loro estensione naturale, eppure non morbosa. Il neonato, legato alla schiena della mamma, vive in un mondo fatto di calore e movimento. Sente il battito della mamma, il suo passo, il suo respiro. È già introdotto al ritmo naturale della vita, prima ancora di camminare.
A notte fonda, Kabala si abbassa di tono, senza mai tacere del tutto. In questi momenti di quiete relativa mi sono trovata a guardare il cielo notturno. Le stelle erano luminose, ma non quanto mi aspettassi. La mia immaginazione aveva viaggiato ininterrotta prima di atterrare in Sierra Leone. Le mie aspettative si sono scontrate con la realtà quotidiana delle persone, fatta di gesti normali, ripetuti e concreti. Mi sono resa conto che non stavo osservando veramente quello che avevo davanti, ma ciò che mi aspettavo di vedere.
“L’occhio dello straniero vede solo ciò che già conosce”, recita un proverbio africano.
Questa distanza tra la mia visione della Sierra Leone e la realtà è diventata un’opportunità per mettermi in discussione. Forse, il senso più profondo di missione non sta nel vedere luoghi nuovi o fare sempre nuove esperienze, ma nel cambiare sguardo. Forse le stelle non sono meno luminose di come le immaginavo, ma sono stata io ad averle guardate con una prospettiva troppo stretta. Il vero viaggio consiste nel lasciarsi sorprendere da ciò che non si conosce. E domani mattina il sole si riabituerà di nuovo alla Sierra Leone e, con esso, anche io.







