La persona al centro
Sudan: 3 anni di guerra civile. Il conflitto scoppiato il 16 aprile 2023 rimane in una situazione di stallo con continui cambiamenti nel controllo territoriale. Al momento i militari dell’esercito (SAF- Sudan Armed Forces) hanno riconquistato gran parte di Khartoum e parti del Sudan centrale e orientale, stabilendo la propria base a Port Sudan. I loro avversari, i miliziani delle Forze di Supporto Rapido (RSF) hanno consolidato il controllo sulla maggior parte della regione occidentale del Darfur. Le vittime di tre anni di guerra sono almeno 150mila, la maggior parte civili. Il conflitto ha causato lo sfollamento di circa 14 milioni di persone in totale: circa 9-10 milioni di sfollati interni dislocati in altre regioni del Sudan mentre sono circa 4,4 milioni i rifugiati e i richiedenti asilo nei Paesi limitrofi (Ciad, Egitto, Sud Sudan e altri).
Medici senza Frontiere (MSF) denuncia che tre anni di guerra in Sudan si riassumono in 3 parole: catastrofe, atrocità e impunità. “Il mondo deve agire ora; la crisi in Sudan è un fallimento politico collettivo” ha detto Javid Abdelmoneim, presidente internazionale di MSF. L’assistenza sanitaria con i suoi servizi essenziali è stata smantellata.
La guerra sudanese è un conflitto nel quale diversi Stati della regione sono implicati, spesso formando allineamenti apparentemente bizzarri. Ad esempio, le accuse lanciate dall’amministrazione USA all’Iran di appoggiare la Fratellanza Musulmana sudanese, allineata con le SAF, pone Teheran accanto a Egitto, Turchia, Qatar e Arabia Saudita; gli ultimi due Paesi sono stati oggetto dei bombardamenti iraniani dopo la guerra scatenata da Israele e Stati Uniti.
Ciad: senza scuola. Dopo lo scoppio della guerra civile in Sudan nel 2023, il Ciad è diventato uno dei primi Paesi al mondo per numero di rifugiati ospitati. E la maggior parte proviene dal Darfur, regione al centro di un conflitto civile iniziato nel 2003 e terminato nel 2020. In totale, sarebbero 904mila persone, che si aggiungono alle 400mila già presenti nel Paese. Purtroppo, gli sforzi del Ciad non sono del tutto sufficienti a far fronte alla crisi. Nel 76% dei casi, le famiglie sudanesi hanno riferito che i loro figli minori hanno smesso di frequentare corsi scolastici. Uno dei problemi più grandi riguarda l’assenza di documenti di identità dei rifugiati, che preclude l’accesso ai servizi messi a disposizione. È la sfida che il governo del Ciad dovrà affrontare nei prossimi mesi.
Mediterraneo e migranti. Un nuovo naufragio con due vittime, 32 persone messe in salvo e 70 dispersi. È il bilancio dell’ennesimo evento tragico avvenuto nella notte di Pasqua al largo delle coste libiche. I migranti provenivano, a quanto si apprende, da Pakistan, Bangladesh ed Egitto. Mons. Carlo Perego, presidente della Commissione Cei sull'immigrazione e della Fondazione Migrantes, ha detto. “Alcuni si meravigliano e si irritano perché parliamo di morte, di diritti negati. Sono gli Erode della comunicazione e della politica. Speriamo che l'Europa alzi gli occhi sul Mediterraneo e finalmente tuteli chi richiede asilo, con una missione europea nel Mediterraneo e la cessazione degli accordi con la Libia”. Sono almeno 725 i migranti che hanno perso la vita nel Mediterraneo centrale quest’anno, nonostante la diminuzione di arrivi. La Comece, Commissione degli episcopati dell’Ue (con sede a Bruxelles), ha denunciato che “i rimpatri facilitati, ampliando la detenzione ed esternalizzando le responsabilità a Paesi terzi, sollevano seri interrogativi sull’effettiva tutela dei diritti umani e sul rispetto della dignità di ogni persona”.
Per MSF a 3 anni dalla strage di Cutro nulla è cambiato: “Le istituzioni non si sono mobilitate per riattivare un meccanismo stabile e coordinato di ricerca e soccorso nel Mediterraneo. Piuttosto, hanno penalizzato e criminalizzato ogni iniziativa della società civile in mare, ostacolando i soccorsi, mentre continuano a mancare alternative sicure e legali per chi cerca asilo in Europa”.
Intanto, nel martoriato Congo RD, la società civile si sta opponendo a un recente accordo tra il governo e gli Stati Uniti, che prevede l’accoglienza temporanea nel Paese di migranti di altri stati, deportati dal governo di Washington. Si tratta solo dell’ultimo accordo di questo tipo tra l’amministrazione del presidente Donald Trump ed esecutivi africani, ovviamente a fronte di un corrispettivo economico (si parla in totale di già 32 milioni di dollari).
[foto da ©MSF]
L’iniziativa
Salvamamme
Nella realtà complessa delle città contemporanee, l’associazione Salvamamme, fondata da Maria Grazia Passeri, opera da oltre 25 anni offrendo aiuto immediato a madri e famiglie in difficoltà. La sua missione nasce dall’urgenza di difendere la vita nascente e sostenere le donne nei momenti di maggiore fragilità.
Alla fine degli anni Novanta, di fronte a casi drammatici di abbandono di neonati, prese avvio un’iniziativa semplice ma incisiva: rendersi disponibili, senza condizioni, a chi non sapeva come accogliere un figlio. Nel tempo, Salvamamme è diventata un punto di riferimento per situazioni di emergenza: donne disperate, madri senza mezzi, famiglie segnate da povertà materiale e relazionale. Salvamamme è una rete di carità operosa, alimentata dalla generosità. La carità vissuta nella concretezza quotidiana può diventare segno di speranza.
La voce dei vescovi
Da Sarajevo al Myanmar
A 30 anni dalla fine dell’assedio di Sarajevo (29 febbraio 1996), rimane la memoria di quei 1.425 giorni in cui la città fu stretta in un accerchiamento considerato il più lungo dell’Europa contemporanea: bombardamenti continui, cecchini appostati sui tetti e sulle alture circostanti, infrastrutture distrutte, ospedali e scuole colpiti, popolazione priva di acqua, cibo e libertà di movimento. Oltre 11mila le vittime, in gran parte civili, tra cui circa 1.500 bambini. Mons. Pero Sudar, allora vescovo ausiliare, ricorda anche il bombardamento che colpì il seminario il 6 gennaio 1994, prima della sua ordinazione. Eppure, accanto alla sofferenza, emergono soprattutto i segni di bene: la condivisione del poco disponibile, la solidarietà internazionale, che contribuì alla sopravvivenza di circa 500mila abitanti, la speranza ostinata che il conflitto potesse terminare.
In Myanmar, la popolazione della diocesi di Loikaw è tornata a celebrare la Pasqua nella chiesa di Cristo Re, riaperta ai fedeli dopo che l'esercito aveva sequestrato la chiesa e il centro pastorale nel 2023. A comunicarlo il vescovo Celso Ba Shwe. L'esercito birmano lo aveva trasformato in una base militare. Il vescovo, i presbiteri, i religiosi e circa 80 rifugiati che avevano cercato riparo nella chiesa, erano fuggiti. Mons. Celso ha iniziato una vita da esule e da profugo, restando accanto ai profughi, facendo costruire una chiesetta di bambù nel bosco. Per tenere l’unità e la comunione, è stata fondamentale l'opera instancabile del vescovo e dei preti, che hanno continuato a spostarsi costantemente, per assistere materialmente e spiritualmente le comunità di fedeli sfollati (foto da ©Mondo e missione).
Una storia speciale
Suor Emma Zordan
Religiosa delle Adoratrici del Sangue di Cristo, suor Zordan ha ricevuto dal Presidente Mattarella l’onorificenza di Commendatore dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana per dodici anni di impegno volontario nel carcere romano di Rebibbia. Un riconoscimento che valorizza un servizio silenzioso e costante a favore delle persone detenute e del loro reinserimento sociale. La motivazione ufficiale sottolinea l’impegno nel migliorare le condizioni di vita e le prospettive future dei detenuti. Da anni suor Emma accompagna i detenuti in un percorso di riscatto attraverso la scrittura, incoraggiandoli a raccontarsi e a riflettere sul proprio cammino. Da questa esperienza nasce anche il volume Oltre il reato la persona. Vedere la persona oltre il reato rimane la chiave per costruire un futuro diverso, in cui la dignità umana sia sempre al centro (foto da ©vita.it).






