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L’Indonesia degli stregoni

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Quando sono rientrato in Italia nel 1999, dopo 40 anni di missione, non pensavo che mai più sarei tornato in Indonesia, la mia amata isola. P. Casonato ed io scoprimmo che l’Indonesia era in subbuglio, perché gli studenti e l’esercito si stavano scontrando a Jakarta, la capitale, con lo scopo di far deporre il presidente Suarto.

Conoscere e capire un nuovo mondo

Il mio pensiero, ancora oggi, corre tra la mia gente, nonostante tanti momenti difficili, soprattutto agli inizi: lingua, scarsi mezzi di comunicazione, tuguri malsani come abitazioni, gente seminuda rivestita di stracci o di corteccia d’albero.

All’inizio, come ci insegna il vangelo, la nostra preoccupazione era di curare i corpi ammalati di malaria e piaghe di ogni genere; le medicine arrivavano abbondanti, soprattutto dall’America. Poi siamo passati all’istruzione, alle scuole, per una vita familiare più sana e solida. Dovevamo capire prima il loro credo, le loro abitudini e le loro necessità di vita.

Gli indonesiani erano attaccati alle superstizioni, il cui artefice principale era lo stregone, considerato l’intermediario tra gli uomini e gli spiriti buoni e cattivi.

I primi per professarli e i secondi per allontanarli, anche con sacrifici proposti dallo stesso stregone. Gli ammalati, purtroppo, si servivano di lui per essere guariti.

Spiriti buoni e cattivi

Gli stregoni indossavano fiori, collane e campanelli; saltellavano attorno all’ammalato con gesti, parole e canti. Era una scena assordante, accompagnata da tamburi e grida dei partecipanti per coprire l’influsso dello spirito cattivo, causa della malattia.

L’uomo, gli animali e le cose tutte sono posseduti da due spiriti: quello del bene e quello del male.

Il primo porta il frutto desiderato e aiuta con le debite offerte. Quello cattivo è sempre pronto a colpire con la malattia, una disgrazia, o anche con la morte.

Per lo stregone era pure un guadagno materiale; la famiglia dell’ammalato era tassata con l’offerta di maiali, galline, piante di noci di cocco, pentole, zanzariere e attrezzi di lavoro. Per salvare il malato molte famiglie perdevano la maggior parte dei beni ereditati o guadagnati a fatica.

“Perché non sei venuto prima qui?”

Noi missionari non potevamo accettare questo traffico, senza far capire agli stregoni la loro disonestà nei confronti dei compagni bisognosi.

Ricordo bene, ancora oggi, di un incontro con un grande stregone che era attaccato alla sua autorità e alle sue stravaganti superstizioni. Si adoperava con ogni mezzo perché non entrasse il cristianesimo nel suo villaggio.

La lotta fu dura, ma a poco a poco finì per cedere. Così, questo nemico acerrimo divenne poi un buon amico fino alla sua morte. Si preparò con entusiasmo al battesimo, studiando il catechismo per mesi.

Arrivato il giorno del battesimo, nella funzione del Sabato Santo ha voluto parlare alla sua gente con entusiasmo e fedeltà.

“Padre, un grande rimprovero ho da farti. I nostri papà, i nostri nonni, i nostri avi sono morti, dove sono andati a finire? Perché non sei venuto prima qui in mezzo a noi, a portare quel bene che tu hai portato fino a noi oggi? Hai portato la grazia di Dio alle nostre anime, hai portato le scuole, la civiltà, hai portato le medicine e un grande bene per le nostre anime e così ora siamo sicuri di salvarci”.

La gente che scopre ora la fede sa capire il grande bene ricevuto dal Signore. Purtroppo, il progresso, il benessere, i vizi, il divertimento, droga e violenza hanno portato l’uomo e il cristiano ad allontanarsi dalla chiesa, dai sacramenti, dalla fede indispensabile per la salvezza eterna.



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