Il grave conflitto etnico del 1972
Tra aprile e maggio 1972, scoppia un grave conflitto etnico le cui cause remote risalgono alla colonizzazione belga. Tutto questo culmina nel massacro di migliaia di Hutu, in particolare intellettuali. Numerose testimonianze arrivavano da cristiani - presbiteri, religiosi e laici - che si rifiutavano di avallare la logica dello sterminio etnico. Alcuni muoiono difendendo persone di altre etnie, spinti dalla loro fede nella fratellanza cristiana.
Tra i numerosi testimoni evidenziati dalla Chiesa, spicca la figura di don Michel Kayoya. Imprigionato a Gitega il 15 maggio 1972 con l'accusa di razzismo, non è mai processato e viene condotto, insieme ad altri condannati, in fosse comuni vicino al ponte sul fiume Ruvubu, a 12 chilometri da Gitega, dove viene giustiziato e sepolto. I sopravvissuti al massacro raccontano come, in quei momenti drammatici, don Kayoya era sostenuto da una forza spirituale che lo spingeva ad esortare le persone alla fede e al perdono.
Tre anni prima, era stato scelto dai vescovi, insieme ad altri cinque presbiteri, per analizzare la situazione socio-politica del Paese. Il comitato si riunisce a Gitega il 29 ottobre 1969 e scrive un documento che denunciava l'odio etnico e le sue potenziali conseguenze devastanti per la nazione. Kayoya è ucciso a 38 anni il 17 maggio 1972, vittima innocente del virus razzista che lui e i suoi colleghi avevano denunciato.
I responsabili avevano agito contro l’opera virtuosa di Kayoya, che praticava l’Ubuntu nel nome della sua fede cristiana e del suo ruolo di prete: difendere i poveri e promuovere la dignità umana nella verità, nella giustizia e nella fraternità.
Ecco alcuni pensieri di don Michel Kayoya. “Desidero diventare sacerdote diocesano affinché, con la mia diocesi, io possa diventare una Chiesa che, in quanto tale, sia missionaria”. “La felicità non è un frutto maturo che si coglie. È un frutto acerbo che si fa maturare. È un fiore che si semina, si annaffia e si pota. La felicità sta più nel dare che nel ricevere”. “L’ira non vince l’ira. Il fuoco non spegne il fuoco”.
Prima di uccidermi, prendete questa stola e datela al mio vescovo, perché è benedetta”.







