La pedagogia missionaria del Papa
Nei pellegrinaggi apostolici di papa Francesco possiamo cogliere quella che potremmo chiamare la sua pedagogia missionaria. Con il suo stile, vuole proporre a tutti, al di là delle situazioni concrete, non solo un metodo pastorale, ma anche un approccio spirituale. Questa modalità appare molto chiaramente nell’ultimo viaggio intrapreso in Congo RD e in Sud Sudan, Paesi molto periferici dall’immaginario italiano ed europeo.
Uscire per annunciare. Francesco mette in atto il suo principio pastorale di “Chiesa in uscita” visitando i luoghi più marginali del mondo, i più lontani dai riflettori internazionali, i più crocifissi nel loro vivere quotidiano. Perché sceglie questi luoghi visto anche la sua difficoltà di deambulazione? Perché sono quelli che hanno più bisogno di sentire la vicinanza, la solidarietà, l’amore di Dio Padre che considera tutti gli umani come suoi figli e figlie. Questo desiderio di dare amore, di manifestare il bene, di annunciare il Vangelo attuando la fraternità universale diventa un criterio pastorale in qualsiasi luogo del mondo dove ci siano uomini e donne animati dallo spirito fraterno.
Andare verso i più poveri. Francesco dunque si muove; va verso quei poveri che faticano a vivere, verso coloro che vivono in situazioni difficili per ascoltare i loro drammi, le loro sofferenze, toccando la “carne di Cristo”, fino a piangere con loro. Anche questa empatia si fa criterio pastorale e s’impara la pazienza, il coraggio e la resistenza di chi vive situazioni limite, quando tutto sembra perduto e compromesso. Per dare voce a chi non ne ha, non bisogna avere paura di essere infangati dal dolore e dall’agonia di chi vive al margine della società, ma rendersi presenti con quelle persone che rischiano di costituire gli scarti dell’umanità.
Ascoltare per compatire e meglio capire. Ascoltando, condividendo, guardando negli occhi chi vive in difficoltà, Francesco fa capire quali sono i mali che colpiscono il popolo. È importante, poi, dare a questi mali un nome preciso: il colonialismo economico, lo sfruttamento delle risorse, il saccheggio, le guerre, la corruzione, la violazione dei diritti umani soprattutto dei bambini e delle donne, i conflitti etnici... Ciò permette di percepire il peso che grava su di loro, con la tentazione di ricorrere all’odio e alla violenza, alla ritorsione e alla vendetta, che però non sono giustificabili in nessuna situazione.
Cercare alleati per suscitare speranza davanti a mali enormi che ci fanno sentire la nostra piccolezza, l’impotenza nella risposta e l’incapacità di agire. La visita in Sud Sudan, Francesco l’ha fatta con l’arcivescovo anglicano di Canterbury, Justin Welby, e con il moderatore generale della Chiesa di Scozia, il pastore Iain Greenshields. Questo pellegrinaggio ecumenico di pace è stato possibile nella collaborazione tra chiese che condividono la stessa fede in Gesù. Diventa doveroso, allora, collaborare con tutti coloro che, oltre alla fede, condividono la ricerca della pace e della concordia.
Iniziare processi che diminuiscano sempre più l’influenza del male. Il papa propone anche piste di soluzione ai grandi e ai piccoli, che permettono di iniziare un percorso, di mettere in atto un processo che porti alla riconciliazione e alla pace. “Vinci il male con il bene”; “No alla violenza. Sì alla riconciliazione!”; “No alla rassegnazione. Sì alla speranza!”; “No alla corruzione e ai traffici di armi. Sì all’incontro e al dialogo!”. Ogni situazione ha i suoi NO ed i suoi SÌ. Affermarli permette di iniziare un buon cammino di “passione, vicinanza e tenerezza”.







