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Sono tornato a Brescia dopo alcuni mesi trascorsi ad Alzano tra cure ed impegni pastorali. Per vari motivi, il progetto Gran Bretagna non si è concretizzato. Eccomi quindi per questa seconda esperienza nella comunità di S. Cristo che cerco di aiutare come posso. Uno dei primi impegni, è stato accettare un invito a Coccaglio per parlare di Pace a metà dicembre. Qui trovate la sintesi di quella bella e partecipata serata.  

Negli anni ‘60, ci sono due giganti, Giovanni XXIII e Paolo VI. Si prende coscienza che occorre pensare al “quaggiù”, tenendo presente tutta la famiglia umana (Gaudium et Spes) e non solo il mondo occidentale. Allora c’era la guerra fredda est-ovest. Paolo VI all’ONU il 4 ottobre 1965 dice: “Sentiamo di fare nostra la voce dei morti e dei vivi; dei morti, caduti nelle tremende guerre passate sognando la concordia e la pace del mondo; dei vivi, che a quelle hanno sopravvissuto… dei giovani delle presenti generazioni, che sognano a buon diritto una migliore umanità…”. 

Francesco ribadisce oggi: “Gli occhi di chi ha pianto vedono meglio”. Invece della guerra giusta ci si deve preoccupare molto più (di fronte ai tantissimi morti) di pensare alla pace. La guerra non sarà mai “giusta”, una soluzione ai problemi, né un male minore. Tutte le armi non convenzionali (atomiche, chimiche, batteriologiche) vengono dichiarate illegittime, perché espongono a rischi al di là di ogni criterio di proporzionalità in difesa. E ogni azione militare che miri alla distruzione di città o regioni, anche con armi convenzionali, è un crimine contro Dio e contro l’umanità. Questa è la condanna formale del Concilio, un dettato rimasto sostanzialmente inevaso. 

Ma il vecchio modo di pensare (basato sulla legittima difesa, sulla guerra giusta di cui parla anche il Catechismo) è improponibile. Fratelli Tutti lo ribadisce: “Oggi, a differenza di ieri, c’è un potere distruttivo incontrollabile, che colpisce molti civili innocenti. Non possiamo più parlare di guerra giusta, di guerra come soluzione o di male minore”. È la pietra tombale sulla parola guerra e sulle sue argomentazioni.
Eppure, oscillazioni ci sono anche oggi e si vuole tornare ad un modello deduttivo-argomentativo che finisce per “giustificare indebitamente anche attacchi preventivi o azioni belliche” che causano “mali e disordini più gravi del male da eliminare” (258). 

 

Una sola nazione non può giudicare come si ferma un aggressore ingiusto. Per questo sono nate le Nazioni Unite, istituto che oggi sembra in crisi. Proprio nel discorso all’ONU il 25 settembre 2015, Francesco torna sul magistero dei sofferenti. “In ogni situazione di conflitto, prima degli interessi di parte, pur se legittimi, ci sono volti concreti. Nelle guerre e nei conflitti ci sono persone, nostri fratelli e sorelle, uomini e donne, giovani e anziani, bambini e bambine che piangono, soffrono e muoiono. Esseri umani che diventano materiale di scarto mentre non si fa altro che enumerare problemi, strategie e discussioni”. Qui è chiara la continuità col magistero di Paolo VI all’ONU. Sono le sofferenze delle vittime a parlare. Loro diventano il nuovo magistero da seguire. 

Il disarmo del cuore è un gesto che coinvolge tutti, dai primi agli ultimi, dai piccoli ai grandi, dai ricchi ai poveri. A volte, basta qualcosa di semplice come “un sorriso, un gesto di amicizia, uno sguardo fraterno, un ascolto sincero, un servizio gratuito” (Messaggio per la Pace 2025). I soli trattati di pace, senza l’apporto della gente comune, sono inefficaci. Tertulliano diceva: “Operatori di pace non si nasce, ma si diventa”. La Pace non è facile, richiede fatica, dedizione, disciplina, comunione con gli altri. Richiede convertirsi dall’individualismo, dal voler sopraffare l’altro. Non è facile. Una società attraversata dalla competizione e dai conflitti sarà sempre terreno fertile per la guerra. Ma se impariamo a praticare l’ascolto, il confronto, il riconoscimento anche nei riguardi di chi ci appare meno simile e conforme, concimeremo campi di pace.



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