La pace appartiene all’uomo
Ricordare coloro che hanno sacrificato la propria vita per la patria non è soltanto un momento celebrativo fine a sé stesso, ma assume la valenza di un dovere morale per il singolo e la comunità tutta.
Il periodo che stiamo vivendo è molto doloroso perché stiamo abitando un pianeta infestato dalla guerra. Infatti, sono quasi sessanta i conflitti che insanguinano la terra e mietono milioni di vite innocenti. La realtà di morte e di distruzione diventa insopportabile e inaccettabile quando le vittime ad ogni livello (deportati, costretti a vivere nei ghetti, separati dai genitori, sradicati dalle loro origini) sono bambini innocenti e ignari della gravità in cui si trovano, costretti a vivere una condizione estranea alla loro visione della vita.
Si disprezza la pace, si fa di tutto per allontanarla e non cercarla in nome di un potere che non dà sicurezza, certezza di perennità. Perché come tutto ciò che è umano è caduco, è vanità e a volte è soltanto vuoto.
Il 4 novembre, data che ricorda l’entrata in vigore del trattato di Villa Giusti e la fine della Grande Guerra, le comunità delle Chiese di San Nicola di Bari e San Biagio V. e M si sono riunite a Santa Domenica in Gallico per commemorare i numerosi giovani caduti gallicesi e tutte le vittime che le guerre passate e attuali stanno mietendo in molti angoli della Terra. Ma soprattutto hanno urlato un deciso NO alla peggiore delle barbarie.
Ha celebrato don Nino Russo che, durante l’omelia, si è molto soffermato sui valori della fratellanza e della pace. Due concetti che stridono con i comportamenti degli irresponsabili governanti.
La realtà di oggi fa emergere una visione preoccupante. La violenza che si perpetra nei confronti del prossimo ci induce a pensare che l’uomo sia stato creato per la guerra e non per la pace. Mi piace ricordare un’affermazione di Freud: “La storia primordiale degli uomini è piena di assassini; ancora oggi quella che i nostri figli imparano a scuola come storia universale non è altro che una lunga serie di assassini tra popoli”.
Dov’è la politica, dov’è la diplomazia? Perché non si usano strumenti dialettici costruttivi? Oggi si testimonia che lo scontro è l’unica forma di dialogo, ignorando volutamente il potere della parola e del pensiero aperto all’altro per un comune desiderio di pace. L’essere umano non può continuare a sporcare l’umanità e a compromettere l’idea di un futuro che, anche se imprevedibile, sia vivibile per tutti.
Occorre cambiare la qualità della relazione e considerarsi esseri di pace. È giunto il momento di avviare una nuova narrazione del mondo, scevra di ideologie cristallizzate, di ipocrisie politiche, di volontà di potenza. Chi affida il futuro di un Paese alle armi dichiara la sua debolezza che farà della brutalità uno strumento di oppressione. Dopo decenni di impegno, per giungere a riconoscere i diritti umani fondamentali, è tristemente doloroso vedere che i padri ancora oggi seppelliscono i figli e che cittadini inermi trovino la morte nelle loro case. Oggi la guerra ‘intelligente’, ibrida o con qualsiasi aggettivo sia definita, scava trincee nell’animo di tutti e continuerà a farlo se non avverrà l’importante transizione dalla cultura della guerra e della violenza alla cultura della pace intrisa di libertà, giustizia e dialogo. La pace appartiene all’uomo, la guerra NO!
Tutti e tutte abbiamo il diritto di vivere la vita, ma soprattutto di abitare la vita nella Pace perché, citando il filosofo Recalcati, il vero bene è “dato dalla vita che non si lascia abbattere, dalla vita che non è irritata dalla vita, dalla vita che non rifiuta la vita”.
È difficile individuare un cammino di pace? NO, se la strada che vogliamo intraprendere è la Pace!







