La missione è passione di “salvare” tutti
Capita di vedere case in cui lo spazio per vivere non esiste, proprio perché ci si sta in sette o più. E quando piove bisogna rimanere in piedi su una trave di legno perché si allaga dappertutto. Eppure la porta si apre per farci entrare e la nonna cerca subito dell’acqua o altro da bere da offrirci.
A noi non resta che ammirare la bellezza di tante persone che lottano per portare avanti la propria e altrui vita, affidata loro da Dio: numerosissimi bambini senza papà e mamma accolti in casa. Spesso le nonne dicono: “Questo figlio qui me l’ha lasciato mia nipote, andata a Pattaya. Io, cosa dovevo fare?”, oppure: “Lei è in carcere e mi ha lasciato questo figlio che ora mi chiama mamma”.
Il senso di rispetto per la vita ci apre la strada e ci permette di entrare pian piano nelle piaghe degli altri. Lì emerge l’amore di Dio, capace di sanare le ferite anche più profonde.
È così che la missione diventa accompagnamento delle persone nel momento del dolore e della vergogna. Quanto dolore per un figlio che si droga o che sniffa la colla sotto il naso della nonna! Quanta vergogna quando il nipote viene arrestato dalla polizia! Questi episodi nella baraccopoli sono quotidiani. La droga è diffusissima e avvelena i giovani. La polizia prende sempre i “pesci piccoli”, quei poveracci che corrono nelle viuzze per portare a destinazione le pasticche. I venditori “grossi” agiscono indisturbati.
Il rispetto che ci circonda ci permette di proporre delle strade di uscita o di prevenzione. Per esempio, inviamo i ragazzi “più a rischio” in case e centri protetti, lontani dalle minacce. A volte ci troviamo sconfitti: una possibilità che intravedevamo per un giovane viene rifiutata a causa della poca voglia di cambiare e di “altri interessi”.
In questo senso la missione è passione. Dentro di noi, infatti, freme la voglia di aprire possibilità, di raggiungere tutti i ragazzi scartati e abbandonati, di provare a tirarli fuori dai vicoli ciechi. Tutto questo collaborando con le tante “sentinelle” che vegliano sulla baraccopoli. C’è un gruppo di donne volontarie, per esempio, quasi tutte buddhiste, che si prendono a cuore i malati e i tantissimi paralizzati, andando a misurare la pressione. Loro stesse ci dicono: “Padre, prova ad andare da questo bambino qui. La madre è fuggita ieri per debiti e lui è solo con uno zio”. Del resto, “il bene tende sempre a comunicarsi… comunicandolo, il bene attecchisce e si sviluppa” (EG 9).
Tanti ci presentano qualche nuova persona, qualche povero, immagine del Cristo vivo. La missione ci fa camminare “fuori” dai sentieri già tracciati in compagnia di buddhisti, musulmani e cristiani di diversa appartenenza. E tutti tendono all’amore di Dio.
A distanza di qualche anno dall’inizio della nostra presenza qui a Klong Toei, siamo riusciti a far sì che diversi gruppi di bambini e una quarantina di adolescenti vengano a casa nostra per momenti di incontro e testimonianze, giochi, brevi campi-scuola, a partire dalla Parola di Dio. I bambini, tutti buddhisti, accolgono con molto interesse ed entusiasmo le nostre proposte. Con loro proviamo a essere esigenti e, allo stesso tempo, li stimoliamo su argomenti di cui in Thailandia non si parla proprio. Uno degli ultimi campi aveva il titolo “Different but United”. La diversità è una ricchezza, un’occasione per riscoprirci uniti! Abbiamo così coinvolto i bambini delle famiglie birmane, migranti per lavoro in Thailandia, per aiutarci a capire il valore della differenza. Di fronte al grande interesse dei ragazzi, a noi non resta che tracciare la strada e star loro vicini.







