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La messe è molta, ma gli operai troppo pochi

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Un giorno ho incontrato una persona che durante un breve colloquio mi ha chiesto come mai in Brasile ci fossero pochi sacerdoti, invece, almeno in Piraju, c'erano tre missionari italiani. La domanda non era solo frutto di curiosità: la situazione in cui questa persona e questa famiglia si trovavano era di dolore per la morte del figlio in un incidente di moto. Ricchezza, lavoro, cose terrene, non riuscivano a consolare quest'uomo che, come tante volte succede, aveva cercato nella Chiesa, nel padre-sacerdote, un aiuto, un momento di conforto, una speranza per accettare almeno, se non proprio vivere con fede, quel momento di disperazione.

Quest'uomo chiedeva che il padre-sacerdote andasse a celebrare una Messa in casa sua, con la sua famiglia. Quando manca la comunità chiesa- parrocchia come riferimento, come appartenenza, può capitare che le persone vivano la religione in modo quasi innovativo: si vive senza una adesione sincera a Dio e quando le cose vanno male si vorrebbe un Dio a disposizione e quando poi vanno malissimo si vorrebbe un padre a disposizione.

Ho capito una cosa: anche le persone che fondano la vita sul denaro, sul potere, sulla ricchezza, sulle cose terrene,  quando sono costrette a confrontarsi con la morte e quindi con l'eternità, con la religione, con Dio stesso, sono prese dalla disperazione, dall'angoscia, a tal punto da chiedere con insistenza: "Padre, mio figlio è morto da sette giorni, può venire a celebrare una nella casa? Dopo la Messa nella chiesa Matriz, partiamo e andiamo alla comunità di s. Antonio già la gente ci viene incontro: la chiesa era piena, anche qui 300 persone desiderose di prepararsi a vivere la Pasqua di Gesù Cristo celebrando il sacramento della riconciliazione.

Guardiamo l'orologio: sono le nove di sera e siamo solo due padri. C'erano ragazzi, giovani, adulti e anziani: prepararli alla confessione e confessarli poteva voler dire che qualcuno (gli ultimi) sarebbe rimasto in chiesa fino alle tre del mattino. Padre Gianni e io ci siamo guardati e ci domandiamo: "Che facciamo?".

Non so cosa gli ho risposto; quello che ho avvertito dentro di me è stato un attimo come se i sette anni che ho trascorso in Italia come animatore vocazionale venissero improvvisamente illuminati; come se tutto il lavoro, lo studio, la dedizione di sacerdoti, suore, persone di buona volontà che passano la vita accompagnando i giovani a rispondere al Signore che chiama operai alla sua messa, diventasse concretamente non solo utile, ma indispensabile, urgente.

Quella sera c'erano le confessioni individuali con preparazione comunitaria; c'erano 300 persone a chiedere il perdono di Dio Padre nella fede in Cristo presente, vivo, morto e risorto per liberarci dalla schiavitù del peccato. E noi sacerdoti eravamo solo in due.



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