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L’Infanzia in Sierra Leone

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Fatu e Braima: due bambini-soldato

Un giorno arrivò al villaggio di Moban, nel nord della Sierra Leone, una signora per comperare delle arance per rivenderle poi in città. Essa aveva con sé la figlioletta di due anni, Fatu, una bella negretta. Andò dalla famiglia di Mancapas, una vedova con quattro figli dagli otto ai diciotto anni, che possedeva un bell'aranceto. La commerciante rimase là alcuni giorni, raccolse una decina di sacchi di arance, e in procinto di partire, chiese a Mancapas il favore di tenere con sé per qualche giorno la bambina Fatu, il tempo per vendere speditamente le arance. Poi sarebbe ritornata a riprenderla.

Così Fatu, restò presso Mancapas. Il fatto è che fino ad oggi la madre di Fatu non è ancora ritornata a riprenderla. La bambina ora ha undici anni. Braima era figlio di una ragazza madre di terza Media. Il papà della ragazzina, rigido protestante, quando seppe che la figlia era incinta la cacciò di casa, e fu dimessa anche dalla scuola. La poveretta si ritirò presso una lontana parente. Nacque il bambino e lo chiamò Braima.

Lo accudì di malavoglia per quasi un anno. Per i guai che le causava cominciò a sentirne avversione. Lo chiamava brutto cane e lo trattava male. Una vicina di casa , la vedova Mancapas, si impietosì del bimbo e chiese alla madre di cederglielo. La ragazzina madre lo cedette volentieri. Mancapas lo adottò e lo trattò come uno dei suoi figli.

Nel 1994 Braima aveva due anni e Fatu quattro. Già da alcuni anni i ribelli Ruf imperversavano su buona parte della Sierra Leone con scorribande, distruzione di villaggi, massacri e razzie di ragazzi e ragazze. Li portavano nella foresta per addestrarli alla guerriglia. Chi di loro si opponeva veniva inesorabilmente seviziato e ucciso davanti agli altri per intimorirli ed assuefarli alla violenza. C'era l'indottrinamento giornaliero.

La violenza, le sevizie e le uccisioni erano all'ordine del giorno. Prima di azioni militari o attacco a qualche villaggio venivano imbottiti di droga per essere così più coraggiosi e violenti. Il Venerdì Santo del 1994 i ribelli assalirono Massingbi, un grosso villaggio della Provincia del nord con le solite distruzioni, massacri e razzie. Al villaggio di Mancapas, lontano pochi chilometri, arrivarono gli scampati.

Il giorno dopo i fuggitivi e la gente del villaggio stavano cuocendo il cibo per l'unico pasto. Improvvisamente si udirono spari: erano i ribelli. Tutti fuggirono con poche cose che avevano preparato, lasciando il cibo sul fuoco. Chi fuggì nella foresta, chi si nascose, molti presero la via di Macalì, il villaggio successivo. Mancapas con Braima sulla schiena,

Fatu per mano e un fagotto in testa, a piedi camminò per 25 chilometri. Tutti erano sfiniti, ma Fatu, povera bambina era distrutta. Quando si seppe la notizia a Waterloo, a oltre cento chilometri di distanza, venne loro in soccorso p. Luigi Caria che conosceva alcune di quelle famiglie. Portò Mancapas e tutta la famiglia nella cittadina di Magburaka, il centro della missione locale .

Le suore diedero loro ospitalità. Passò appena una settimana ed anche Magburaka, con la sua bella chiesa e una folta Comunità cattolica fu messa a ferro e fuoco dai ribelli. Mancapas e famiglia, ancora una volta dovettero fuggire e a piedi raggiunsero Makeni, la città principale del nord.

Padre Luigi andò a prelevarli e portò tutto il gruppo a Waterloo, a 30 chilometri da Freetown, la capitale, luogo per il momento più sicuro. Fatu e Braima rimasero nella missione per due anni.

Il 21 aprile 1996 nel pomeriggio i ribelli attaccarono Waterloo e ingaggiarono una furibonda battaglia contro le forze governative e le truppe Ecomog, una specie di Nato locale. Per tutta la notte crepitarono le mitraglie, ancora una volta bisognava prendere la fuga. Feci salire Mancapas e compagnia sul camioncino e col favore delle tenebre, p.Luigi ed io prendemmo la via della capitale. Soltanto allora compresi che cosa può essere stato l'esodo della Bibbia, la fuga del popolo ebreo dall'Egitto.

La grande strada per la capitale, larga e asfaltata dagli italiani, era diventata un fiume umano, illuminato solo dai fari del camioncino . Ma l'odissea di Mancapas, Braima e Fatu e famiglia non finì lì. Nel 1997 il 25 maggio, in Sierra Leone avvenne il colpo di stato promosso dai militari. Spodestato il Presidente, liquidato il Governo, i militari invitarono i ribelli a governare con loro. I ribelli non aspettavano altro, migliaia di essi vennero nella capitale. Passò appena una settimana e i ribelli  ingaggiarono una grossa battaglia contro le forze Ecomog che durò due giorni.

Mancapas non si sentì più sicura neanche nella capitale. Quando seppe che al suo villaggio le cose erano tranquille decise di ritornarvi con tutta la famiglia. Nel febbraio del 1998, i ribelli scacciati dalla capitale, ritornarono nella foresta a continuare la guerriglia. All'inizio del 1999 essi arrivarono ancora una volta improvvisamente al villaggio di Mancapas.

Bruciarono il villaggio e la sua casa. Presero due dei suoi figli, Braima e Fatu e se li portarono nella foresta. Vi rimasero un anno e mezzo. Un capitano dei ribelli li prese in simpatia ed ebbe cura di loro. Nel campo dei ribelli dovettero assoggettarsi all'addestramento e assistere ad atti di violenza. Ma furono fortuna ti. Vennero rilasciati dopo due anni con altri bambini soldato. Degli altri due figli di Mancapas non si sa ancora nulla. Adesso Fatu è presso la famiglia di Mancapas nei pressi di Freetown e frequenta la quarta Elementare. Braima ha nove anni ed è ancora presso la mamma adottiva nel suo villaggio. Là gioca con i suoi coetanei: ma l'infanzia addio!

Braima non ha mai conosciuto i giochi. Con un bastone come un mitra sa giocare solo alla guerra! Gennaio è il mese dedicato all'infanzia. In Sierra Leone, tanti bambini e bambine come Fatu e Braima non hanno mai conosciuto un'infanzia gioiosa.

Penso a Mariama, Abu Sceku e Bendu, profughi a Waterloo che durante l'attacco dei ribelli nel gennaio 1999 furono bruciati con i loro genitori nella casetta vicino alla missione. Li prego come angioletti neri miei protettori in cielo.

P. Giuseppe Lorenzato


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