L'analisi: Il coraggio della verità
Pubblichiamo l'analisi che l'associazione "Rete Pace per il Congo" ha fatto sulla vicenda del Rapporto degli esperti dell'Onu.
Padre Piergiorgio ha scritto al capo delle Forze democratiche per la liberazione del Rwanda - Fdlr. Ha offerto aiuti umanitari. Ma non cercava oro né cassiterite, né la realizzazione di progetti politici di sua simpatia. Aveva a cuore il destino di un popolo a cui la comunità internazionale non offre da anni vie d'uscita.
Un dovere per noi missionari
Quelle che sbrigativamente chiamiamo Fdlr, in realtà non sono solo un gruppo armato, ma un popolo di donne e uomini, di vecchi e bambini, che vive in un Paese non suo, spesso nelle foreste più interne, senza cibo e medicine. Un aiuto umanitario per l'acquisto di teloni di plastica, farmaci e materiale didattico può davvero essere considerato come fonte di finanziamento di un gruppo ribelle? Non compiere un gesto simile, non potrebbe essere considerato omissione di soccorso a una popolazione a rischio? Sarebbe forse questo il desiderio dell'Onu? Rendere la vita impossibile ai rifugiati civili, per costringere i ribelli ad arrendersi e deporre le armi?
In tal caso, la presenza dei missionari non può che essere diversa. L'aiuto ai poveri, il soccorso agli sfollati e ai rifugiati che vivono in condizioni disperate, spesso esposti al freddo, alla pioggia e senza alcun riparo è un dovere per i missionari che operano senza fare differenze.
Spesso i missionari lavorano in situazioni drammatiche in cui si intrecciano violenze, ingiustizie, violazioni dei diritti dell'uomo, miseria, manipolazione dell'informazione, interessi economici e politici. In queste situazioni al limite dell'esasperazione diventa reale la possibilità di eventuali errori. E qualora succedesse, il rischio è quello di soffermarsi a lungo sul topolino caduto in trappola e lasciar passare, intanto, il branco dei dinosauri carichi di miliardi.
Occupazione e sfruttamento del territorio
Il desiderio ripetutamente espresso dalle Fdlr di rientrare in patria rimane ancora senza una ragionevole possibilità. Che il governo ruandese non ne desideri il ritorno lo mostra l'inasprimento della repressione interna, celata dietro un'apparenza di democrazia e di riconciliazione nazionale. Lo mostra la stessa modalità dell'attacco delle truppe ruandesi contro le Fdlr: vengono spinte sempre più verso l'interno del Congo, in direzione opposta alle frontiere.
Il fatto è che la loro presenza nell'est del Congo serve al regime ruandese per giustificare la sua occupazione del territorio congolese e per usufruire dei minerali estratti illegalmente sia dalle Fdlr che dai propri militari. Infatti, strane collaborazioni si registrano tra gruppi di per sé opposti; e non si sa più chi c'è sul terreno e a quali interessi obbedisca.
Bisogna vivere nella regione per sentire il senso d'impotenza che prende di fronte a situazioni di cui il più semplice abitante dei villaggi congolesi ha una lettura più chiara di mille autorità ed esperti internazionali. Il Rwanda è un fuoco che brucia e nessuno accetta di esserci buttato dentro: l'uso della forza non riuscirà mai a spingere al rientro gli esuli armati.
Il nodo che non si vuole sciogliere
Il documento Onu riconosce ciò che attenti osservatori locali hanno vanamente dichiarato fin dall'inizio: le operazioni dell'ultimo anno sono servite solo ad aggiungere altri morti, altri stupri, altri sfollati fra la popolazione locale e a destabilizzare la presenza delle Fdlr e di tutto il popolo ruandese delle foreste. Questo del resto serve molto bene al progetto ruandese di occupazione del paese: fare terra bruciata per occupare.
Il documento Onu è dettagliato nel fare nomi di persone e gruppi ritenuti implicati nel sostegno alle Fdlr e nel commercio illegale delle materie prime nell'est del Congo. Le accuse sono estese a vari gruppi e paesi, ma si focalizzano soprattutto sulle Fdlr. L'effetto finale è quello di dare ancora una volta l'idea che il nodo del problema dell'intera Regione siano gli hutu ruandesi rifugiati in Congo. Sono loro i responsabili del genocidio del 1994 e quindi passibili di giudizio.
Non si tratta di negare quanto è successo, ma di riconoscere che la maggioranza di questo popolo della foresta è composta da giovani che non hanno nulla a che fare con quegli eventi. Si tratta anche di passare dal faro concentrato su un gruppo e sui cento giorni di aprile-luglio 1994 a un'illuminazione a tutto campo sul ventennio 1990-2009.
Ogni volta che si cerca di fare questa operazione, all'interno, ma spesso anche all'esterno del Rwanda, si reagisce con le accuse: ideologia genocidaria, negazionismo...! Finché non si accetta di ascoltare tutte le verità, di considerare tutto quanto è avvenuto in Rwanda e in Congo dal 1990 a oggi, non ci sarà pace nella regione. Non la porterà l'Onu; non la porteranno gli esperti; non la porteranno altre truppe scelte o le tavole di pace di facciata.
Cosa chiede la coscienza ai missionari?
Noi missionari che là lavoriamo chiediamo alla comunità internazionale il coraggio della verità. E se nel frattempo tendiamo una mano a un popolo in foresta, se cerchiamo di operare perché si faccia verità, è quello che la coscienza ci chiede. Non siamo perfetti né siamo esperti di politica, e i nostri interventi possono essere qua e là criticabili: ma allora che la politica svolga davvero il suo ruolo.
Ormai, noi missionari non ce la sentiamo più di fare il pronto soccorso senza guardare alle radici dei mali.








