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L’amicizia non ha tempo: Vigodarzere, terra feconda di vocazioni

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di: don Luigi.

Vediamo, chi arriva prima alla chiesa? E le tre ragazze, sollevando un po' la lunga veste candida e ridendo divertite, partivano di slancio attraversando di corsa la strada e il sagrato verso le scalinate dell'ingresso principale. Con quel velo nero svolazzante nell'aria parevano una pittura di Chagall. Erano le nostre tre suore.

Alla fine degli anni ‘60, portavano giovinezza nella parrocchia: la più anziana aveva appena trentadue anni. Con I'aiuto di qualche volontario (e il permesso del parroco) avevano sistemato due pali con la rete da pallavolo per far giocare le ragazze; noi maschi ci scatenavamo dietro al pallone nel campetto della parrocchia.

Le strade tornano a incrociarsi

Siamo a Vigodarzere (PD), un paesino di 650 anime che dal 1946 in avanti aveva costruito chiesa, canonica, campanile, scuola materna e patronato. Un caso unico in diocesi, grazie a parroci intraprendenti e generosi volontari. E fiorivano rigogliose le associazioni e le vocazioni di vita consacrata. Anch'io sono frutto di quegli anni di fervore cristiano. Prima di me aveva preso I'abito delle Elisabettine una giovane catechista. Poco dopo, un estroso ed esile giovanotto veniva ordinato sacerdote nell'istituto missionario dei saveriani: p. Mario Diotto.

Ora, a distanza di quarant'anni, le nostre strade si sono incrociate. Padre Mario è tornato a Vigodarzere per l'animazione missionaria che la pastorale diocesana ci propone quest'anno come vicariato. È stato missionario in Africa, nella zona dei Grandi laghi, che ha visto lo scontro sanguinoso di varie etnie. Da vari anni vive a Zelarino. E non è finita.

Sino agli estremi confini della terra

Nei giorni scorsi, camminando lungo l'argine del Brenta, ricordavamo le nostre origini familiari: entrambi figli di contadini in quelle terre ricche di acque risorgive, dove nasce il Tergola rendendo paludose vaste aree di macchia boschiva. Chi di noi, sollecitati dall'avventura, non aveva provato ad inoltrarsi in quei terreni acquitrinosi? Pur essendo leggeri come passerotti, si sprofondava fino al ginocchio nella melma. E allora? Retromarcia e precipitosa fuga, con il cuore in gola per lo scampato pericolo, verso le zone sicure e tenute a coltura.

Oggi, ci troviamo fianco a fianco come quando eravamo chierichetti, sotto gli occhi orgogliosi e severi dei nostri genitori: "Picoi, no ste far mancamenti, eh! Sior paroco, el ghe daga pure un bareton se i fa combàtare!". Siamo noi, al posto dei nostri parroci, a continuare la loro missione: testimoniare il vangelo sino agli estremi confini della terra.

Sulle rive di altri fiumi. Ancora sotto gli occhi dei nostri genitori, che ci guardano da lassù.



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