Da Travagliato fino in Africa, Intervista a p. Barbeno
Missionario bresciano di Travagliato (BS), Padre Battista Barbeno è dovuto tornare in Italia per cure mediche. Nella lunga e sofferta convalescenza ha sostato nella comunità saveriana. Ne abbiamo approfittato per fargli qualche domanda.
Come hai conosciuto i saveriani?
A 13 anni da Travagliato venivo a Brescia in bicicletta per lavorare. Facevo il falegname in una bottega del Carmine. Dopo nove anni di lavoro, ho avuto la vocazione per la missione. Ho conosciuto p. Savino Mombelli, saveriano di Bassano Bresciano ora in Brasile, che da poco aveva aperto la casa di Brescia. Esattamente 50 anni fa: era il 1957 e avevo 21 anni compiuti.
Sei stato missionario in Congo?
Sono pentato prete nel 1968 e sono partito per il Congo due anni dopo. Ero nella foresta, tra i banyamulenge, sulle alture del Kivu, a oltre 3.000 metri d’altitudine. La casa dei missionari era a 1.500 metri. Mi muovevo sempre a piedi. Eravamo in due e, a turno, partivamo per visitare le comunità dei villaggi. Abbiamo fondato anche una scuola superiore.
Cosa ricordi di particolare?
I ricordi più belli sono legati alla sera. Durante il giorno non c’era nessuno, perché la gente era al pascolo. Quando tornava per riportare gli animali nei villaggi, si accendeva un grande fuoco, intorno al quale si parlava e si pregava. La gioia più bella che ho provato era per il modo in cui venivo accolto dalla popolazione. Entravo nelle capanne e mi sedevo sulla stuoia a parlare con le famiglie. Magari le persone non erano cattoliche, ma dicevano: "noi accogliamo l’uomo di Dio!".
Poi cos’è successo?
Dopo 7 anni di missione mi sono ammalato: avevo le piaghe tropicali ai piedi. Ho cercato di curarmi, ma non c’è stato niente da fare. Una delle cause forse è stata l’alimentazione: allora volevo essere più africano degli africani, bevevo il latte non bollito che era contaminato. Nel 1985 sono rientrato in Italia e sono stato a Udine per 5 anni. Ma anche in Friuli non ho ritrovato la salute. Nel 1994 ho deciso comunque di ripartire, stavolta per il Camerun, dove avrei potuto svolgere un lavoro meno faticoso. Ultimamente ero nella casa saveriana di Bafoussam e mi trovavo bene.
In Camerun dove sei stato?
Sono stato a Douala, in periferia della città. È stata un’esperienza missionaria parrocchiale, con tanta gente. Seguivo specialmente la formazione dei catechisti, i giovani, i catecumeni e le coppie che si sposavano. Poi la missione, che era ben avviata, è stata ceduta alla chiesa locale. Così, sono tornato in montagna a Bafoussam, che è la terza città del Camerun.
E di cosa ti occupi?
A Bafoussam i saveriani hanno una parrocchia, la comunità degli studenti di teologia e una casa che è pentata centro di animazione missionaria e vocazionale. Un saveriano congolese ed io andiamo a fare animazione nelle parrocchie della città. Organizziamo i ritiri per i giovani, conferenze per gli adulti e diamo assistenza spirituale ai malati.
Prova a fare un bilancio!
Direi che nei primi anni ho sperimento la poesia della vita missionaria: entusiasmo, nessuna paura, tutto era nuovo e bello, anche se faticoso. Poi ho vissuto la prosa: ho visto le cose con maggiore razionalità. Adesso sto vivendo la sintesi tra la poesia e la prosa: ho passato una bella luna di miele con la missione e ancora adesso non sono arrivato alla luna di... fiele. Dopo 37 anni, non mi sembra ancora il momento di tirare i remi in barca...
In missione mi hanno avuto quando ero giovane; mi hanno avuto quando ero nella mezza età; adesso che sono settantenne devono accettarmi come sono.
Voglio vivere fino in fondo il carisma saveriano: ad gentes, per il mondo che non conosce il vangelo; ad extram, fuori dai confini della mia terra; ad vitam, per tutta la vita.








