L’accoglienza è affare di… famiglia
Lunedì 17 giugno, presso i saveriani di Salerno, si è tenuto l’ultimo appuntamento con i testimoni della fede. L’ospite era Nicoletta Calò, moglie, mamma, insegnante di Treviso, che ha accolto, in accordo con tutta la sua famiglia, 6 giovani migranti. Questa esperienza è stata raccontata nel libro, edito da EMI, “A casa nostra - I nuovi ragazzi della famiglia Calò”.
“Con mio marito Antonio ascoltavamo angosciati le storie di morte nel Mediterraneo. Tanto era il dolore che decidemmo di non commentare più quei tragici eventi fino alla primavera 2015, quando oltre mille persone morirono nel canale di Sicilia. Abbiamo solo la casa, apriamola a loro! Con questa frase, detta tutta di un fiato, abbiamo dato inizio alla nostra esperienza. Siamo andati in Prefettura, offrendo disponibilità di spazi, pronti a stringerci con i nostri 4 figli. Così, sono stati accolti sei ragazzi. Qualche preconcetto ha rischiato di attanagliarci: maschi, musulmani, giovani... ma è bastato incrociare il loro sguardo per fugare ogni brutto pensiero”.
L’esperienza di apertura del cuore e della casa non ha interessato solo la famiglia Calò, ma ha avuto effetti anche nelle loro relazioni sociali. “All'arrivo di questa massa nera, i vicini si riversarono in strada; quel nostro gesto li aveva resi, improvvisamente, a noi ostili. Ma proprio quella paura ci ha spronato a rimanere fedeli e fiduciosi. Fuori c'era clamore mediatico, giornalisti e insulti che ci hanno profondamente feriti. Io, maestra del mio paese, conosciuta da tutti, mi sono ritratta in casa, per tutelare i nuovi arrivati e coltivare questa convivenza. Abbiamo comunque attivato un processo di conoscenza e incontro e così, toccando la realtà, anche buona parte dei nostri vicini ha cambiato idea”.
“La cena è sempre stata il momento familiare più bello - spiega Nicoletta - con le pietanze africane, cucinate con entusiasmo dai nostri giovani. I racconti della loro storia personale e la scoperta della sofferenza in Libia ci ha sconvolto, per cui abbiamo sospeso questo argomento. Nonostante fossimo in dodici, in casa non si è mai discusso, mai una tensione: forse vivere insieme con gli altri aiuta a sviluppare tolleranza. Noi da loro abbiamo ricevuto tanto: le benedizioni delle loro preghiere, l'aver portato Dio a tavola, l'averci aiutato a parlare di Dio nella quotidianità, l’aver riscoperto il rispetto per i genitori…”.
L’esperienza di Nicoletta e Antonio si radica in una scelta di fede, fatta di preghiera e opere. “In tutto questo tempo ci siamo lasciati interrogare dalla figura dei poveri descritti nella Scrittura. Accompagnati dalla Parola e sostenuti da un amico presbitero, tentiamo di leggere la nostra vita sotto questa luce”.
Fuori dalla scuola dove lavora Antonio, Forza Nuova ha affisso manifesti con la foto della famiglia Calò, colmi di ingiurie: perché non prendete nella vostra casa gli italiani? La semplice risposta di Nicoletta e Antonio è stata: “la nostra storia di vita si è incrociata con quella dei migranti; ciascuno, nell'ambito che reputa vicino alla propria sensibilità, può fare lo stesso”.
La rete di amicizie ha aiutato molto la famiglia Calò per preparare i nuovi figli al lavoro professionalizzato. Ci sono datori di lavoro che vogliono investire su di loro. “Vivere in famiglia aiuta tanto l'integrazione; noi l’abbiamo sperimentata con un pizzico di follia che non può essere chiesto a tutti; va invece da tutti interpellato il coraggio per rompere il muro del pregiudizio. Abituiamoci a vedere il bene e non la minaccia. Ciascuno può portare avanti la storia dell'umanità. I miei figli africani sono increduli di vivere con dei bianchi come fratelli, usando le loro stesse cose…”. Oggi, Nicoletta e Antonio, vivono in una canonica, dando vita a una comunità in cui si vive la complementarietà delle vocazioni (presbiterale e matrimoniale). Con loro, ci sono uno dei figli, un seminarista, un ragazzo del Mali, un’ex alunna di Nicoletta. Tutto può diventare ricchezza ed opportunità.







