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In Sierra Leone, la missione non è ancora finita

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Papa Francesco, in varie circostanze, ha invitato i missionari a non trasformarsi in “impiegati di una ONG”, ma a seguire la chiamata di Gesù, “il primo e il più grande evangelizzatore, che continuamente ci invia ad annunciare il vangelo dell’amore di Dio Padre nella forza dello Spirito Santo. La Chiesa è missionaria per natura; se non lo fosse, non sarebbe più la Chiesa di Cristo, ma un’associazione tra molte altre, che ben presto finirebbe con l’esaurire il proprio scopo e scomparire”.

La differenza fondamentale sta nelle motivazioni e nelle finalità. Infatti il lavoro del missionario non si limita a promuovere lo sviluppo delle persone e delle nazioni. Questo è molto importante e occupa buona parte del nostro tempo. Però l’obiettivo principale è promuovere e offrire a tutti il messaggio di Gesù, il progetto di società e di vita lasciatoci nel vangelo. Questi sono i veri tesori che noi “dobbiamo” condividere con convinzione. La promozione umana e lo sviluppo delle nazioni ci aiutano a veicolare i valori evangelici. Non lo facciamo affinché tutti diventino cristiani (pur essendo contenti quando qualcuno aderisce al vangelo), ma perché siamo convinti che i valori evangelici superino le barriere delle religioni. Sono valori così universali che possono essere vissuti da tutti. Soprattutto, possono avvicinare tutti gli uomini e le donne e portare armonia nella comunità.

Nel contesto attuale della Sierra Leone noi saveriani siamo chiamati a motivare i cristiani, e non solo, a promuovere la “riconciliazione” e il “rispetto” tra le varie etnie. Ultimamente, in varie parti del Paese, ci sono stati episodi di violenza. Nessuno parla apertamente di conflitto etnico, ma si sa che alla base di questa violenza c’è un’antica rivalità etnica. Quello di cui il paese ha urgente bisogno in questi tempi è l’unità e la volontà di remare tutti nella stessa direzione. Solo così si potrà superare la “endemica povertà” che affligge la Sierra Leone, una nazione ricca di materie prime.

Come esempio, anche se in un campo completamente diverso, mi piace ricordare una delle scelte fatte dai nostri confratelli nei primi decenni di missione qui. Vari giovani sierraleonesi avevano manifestato il desiderio di diventare missionari saveriani. I nostri confratelli decisero di indirizzarli al seminario diocesano, affinché la diocesi di Makeni avesse un buon numero di presbiteri locali che aiutassero a costruire una “chiesa locale”. Una decisione criticata da più parti, ma, a mio giudizio, lungimirante.

Oggi la diocesi di Makeni ha 43 presbiteri locali che lavorano generosamente per sostenere le varie parrocchie e per rafforzare la presenza della chiesa nelle due provincie del nord della Sierra Leone. Resta ancora un obiettivo, spero presto raggiungibile, che anche il “pastore della diocesi” sia sierraleonese.

Qualcuno potrebbe obiettare che il numero dei saveriani sierraleonesi è molto ridotto. Sono solo quattro: un presbitero, un diacono e due professi temporali. Questo è vero, ma è altrettanto vero che se noi siamo generosi con gli altri il Signore sarà ancor più generoso con noi. I frutti arriveranno, e saranno quelli che il Signore ci vorrà donare.

Mi sembra bello e doveroso ringraziare citando la liturgia: “Ecco, Signore, i nostri settant’anni di missione della Sierra Leone; sono il nostro lavoro e la nostra fatica, ma anche tutta la nostra gioia. Li presentiamo a te, perché li benedica e diventino così vita per questa porzione di Africa a noi tanto cara”.



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