In morte dell’amata Rachele
LA PAROLA
16Quindi partirono da Betel. Mancava ancora un tratto di cammino per arrivare a Èfrata, quando Rachele partorì ed ebbe un parto difficile. 17Mentre penava a partorire, la levatrice le disse: “Non temere: anche questa volta avrai un figlio!”. 18Ormai moribonda, quando stava per esalare l’ultimo respiro, lei lo chiamò Ben-Onì, ma suo padre lo chiamò Beniamino. 19Così Rachele morì e fu sepolta lungo la strada verso Èfrata, cioè Betlemme. 20Giacobbe eresse sulla sua tomba una stele. È la stele della tomba di Rachele, che esiste ancora oggi. (Genesi 35,16-20).
Rachele non è un’eroina; è semplicemente donna: con la sua passione d’innamorata, con le sue amare gelosie nel costante convivere con la sorella Lia, che Giacobbe ha dovuto sposare per prima, con il suo tenace desiderio di maternità.
“Dammi dei figli, se no muoio!”, aveva detto Rachele a Giacobbe, suscitandone le ire: se Dio le aveva chiuso il grembo, forse che lui c’entrava? (Gen 30,1s). In effetti, la sua prima maternità è più che mai un dono di Dio e lei mette al mondo il suo Giuseppe chiamandolo con il nome del suo desiderio inesausto: “Il Signore mi aggiunga un altro figlio!” (30,24).
Il secondo figlio s’aggiunge e Rachele lo sente crescere in sé nel viaggio che con Giacobbe e tutto il suo clan la sta portando nel paese di Canaan. Quel figlio nascerà nella terra della promessa, a differenza dei suoi fratelli nati in Mesopotamia, e sarà l’ultimo figlio di Giacobbe.
Fu la stanchezza del viaggio, fu l’imponderabile? Le sue doglie si trasformano in agonia, la gioia attesa in sapore di morte. Lei che anche così aveva “sostenuto una lotta tremenda contro sua sorella e aveva vinto” (30,8), si appresta a morire proprio della sua vittoria.
La vita, la morte.
Quel figlio nasce vivo e non saprà portare nella memoria il primo e ultimo sguardo di sua madre, sguardo di fierezza e di dolore. Lo chiama Ben-Onì, con una parola che dice al contempo dolore e gioia: “figlio del mio dolore”, ma anche “figlio della mia forza”. Perché appaia solo la vita, Giacobbe, senza mutare la scelta di Rachele, lo chiamerà Ben-Yamìn, “figlio della mia destra, della mia forza”. E lo amerà con cuore di padre e di madre.
Rachele se ne va, dopo aver consegnato al mondo il figlio. Come il banano che secca dopo aver dato il suo frutto, mentre già un nuovo banano germoglia al suo fianco. Semplice storia di donna, ripetuta milioni di volte nella storia del mondo e ancora frequente in alcuni contesti.
Bimbi che crescono senza poter ricordare una madre; bimbi che la seguono nel viaggio della morte. Donne che vengono sepolte nel pianto ma anche nella normalità, senza retorica, perché fa parte del mestiere d’essere donna: la possibilità di morire per dare la vita.
Il mistero di Gesù che soffre, muore e risorge era annunciato nelle Scritture antiche: nel Servo del Signore, nella storia di Giona, nello stesso Giuseppe figlio di Rachele... Anche Rachele, anche tutte le Rachele del mondo annunciano a loro modo questo mistero. È anche guardando a loro che Gesù interpretò la sua passione e la sofferenza dei suoi: “La donna, quando partorisce, è nel dolore, perché è venuta la sua ora; ma, quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più della sofferenza, per la gioia che è venuto al mondo un uomo. Così anche voi…” (Gv 16,21-22).
Ci generò, infatti, nel sangue e nell’acqua. Anche Gesù fu Rachele. Anche Rachele annunciò Gesù. Che la vita si dà accettando di perderla. Rachele vide il suo futuro in Ben-Onì; Gesù annuncia a tutte le Rachele anche una vittoria personale, una vita personale che diventa piena.
Come Rachele anche noi.
Pensando alle tante Rachele sconosciute, discrete, normali che ancora vivono il mistero del dare la vita anche al più grande prezzo, anche noi “religiose e religiosi” troviamo che qualora ci capitasse che la vita sia tolta nel nostro servizio quotidiano, possiamo solo vivere ciò con normalità.







