Il “virus” benefico della missione
Vi scrivo dal Guatemala, dove sono arrivato all’inizio dello scorso novembre, per vivere un’esperienza missionaria nella diocesi di Zacapa. Qui, per 9 anni, è stato anche don Luigi Pellegrino come presbitero “Fidei donum”.
Dopo 24 lunghi anni come parroco della Regina Pacis di Lama, ora collaboro nella parrocchia Santiago Apostol di Jocotan, grande centro al confine con l’Honduras di circa 60mila abitanti, la maggior parte dei quali vive nei villaggi della montagna in condizioni molto precarie. L’attività più impegnativa è proprio la visita ai villaggi che facciamo 5-6 volte l’anno perché sono più di un centinaio. Dopo circa tre mesi comincio a parlare decentemente lo spagnolo, anche se è difficile capire quando parlano velocemente. Questo però non mi impedisce di celebrare e confessare. Ho tenuto un diario quasi quotidiano utilizzando Facebook, che si è rivelato uno strumento molto utile per mantenere i contatti con tante persone. Vi propongo alcune pagine di questo diario di bordo.
Nel pomeriggio del 13 gennaio, siamo andati in un villaggio non molto distante dal centro abitato a trovare una famiglia che stava vivendo il dramma dell’incendio della propria casa. Erano tutti incolumi, ma hanno perso quel poco che avevano. L’ambiente esterno con la cucina a legna ha preso fuoco, forse per una scintilla, e ha incendiato il tetto di palme secche che copriva anche l’unico ambiente in muratura (mattoni di fango, terra e paglia). Per fortuna era giorno e i parenti e i vicini sono riusciti a domare le fiamme che rischiavano di coinvolgere le case confinanti, anch’esse con coperture di legno e palme secche.
Abbiamo incontrato la giovanissima mamma ancora scioccata e rannicchiata in un cantuccio, in lacrime. Magaly ha 24 anni e 4 figli (il primo è arrivato a 15 anni). Il marito era partito per trovare lavoro nelle fattorie di caffè, forse in Honduras. Non erano riusciti ancora ad avvisarlo perché non aveva con sé il cellulare e quello di Magaly era andato bruciato, così come gli indumenti, i quaderni dei bambini, il prezioso frigorifero che, con tanti sacrifici, avevano comprato, i documenti e anche qualche risparmio conservato in una scatola. Le abbiamo portato un aiuto immediato. Staranno in casa del suocero che abita nella casa adiacente in un contesto poverissimo. Poi, la aiuteremo a coprire la casa con un nuovo tetto di lamiera metallica per evitare altri roghi. Sono tornato, avendo negli occhi l’immagine di questa giovane mamma dai lineamenti gentili propri di una ragazzina, seduta per terra in un angolo, ancora incapace di reagire. I figli, con il loro sguardo vispo, daranno forza e aiuto alla loro mamma.
Il 15 gennaio per la comunità cattolica (ma non solo) del Guatemala, è un giorno molto importante. È la festa del Cristo Milagroso (miracoloso), un gruppo ligneo del XVII secolo che si venera nella basilica di Esquipulas (non lontana da Jocotan). Rappresenta la scena del Calvario con il Crocifisso, l’Addolorata e l’apostolo Giovanni. In questo giorno, migliaia di pellegrini provenienti da tutto il Centro America, si recano in questo maestoso santuario per passare vicino all’immagine del Cristo crocifisso di colore scuro, da qui il nome di Cristo Nero. Nella nostra parrocchia, sono ben 9 i villaggi (aldea) che lo hanno come patrono con relativa festa; io sono stato a Naranjo Centro per celebrare in un oratorio strapieno e colorato.
Subito dopo l’Eucarestia, con il delegato della Parola, mi sono incamminato per un sentiero in montagna per visitare un’anziana inferma. Mi sono trovato di fronte a una condizione misera: una casa di fango, buia e senza energia elettrica, un povero giaciglio di stuoia e una sedia. Claudia, l’anziana donna, da oltre 10 anni soffre di un problema alle gambe e praticamente non riesce a mettersi in piedi. Non si sa quanti anni abbia, non ha nemmeno un documento di identità; praticamente per l’anagrafe non esiste. Abbiamo pregato e ha ricevuto l’Unzione degli infermi. Uscendo ho salutato la nuora che si prende cura di lei e due nipotini scalzi e laceri. Vincendo il mio imbarazzo, le ho lasciato un aiuto in denaro, soprattutto per i bambini. Mi rendo conto che rischio di enfatizzare situazioni che qui sono all’ordine del giorno, ma non riesco ad abituarmi. Ho fatto in tempo a incrociare la processione del Cristo Milagroso che si stava svolgendo sotto un sole cocente. Per noi una grande testimonianza di fede genuina.
Saluto con affetto tutti gli amici dei missionari saveriani, in particolare le persone che frequentano la loro casa a Lama. Ringrazio i padri che nei miei anni a Lama sono stati di grande aiuto dal punto di vista pastorale e della fraternità presbiterale. Mi piace pensare che, attraverso le loro esperienze, mi abbiano trasmesso il “virus” benefico della missione.







