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Ospitiamo questa profonda riflessione di p. Luciano Mazzocchi, che prende spunto dalla quotidianità… P. Luciano è stato ospite in Casa Madre a fine febbraio per presentare il suo nuovo libro “La gratuità e la libertà interiore-Scalando a mani nude” (Europa Edizioni). Da richiedere e leggere. 

Una signora giapponese, alla celebrazione eucaristica nella sua lingua, notò che a fungere da altare era stato messo il tagliere della cucina. “Sasuga! Che bell’idea!”, esclamò. 

Sì, il tagliere sul quale chi è addetto alla cucina taglia e ritaglia le verdure e gli altri alimenti, proprio questa solida ed umile asse di legno, costellata dalle ferite del mestiere, funge a meraviglia da altare per celebrare, sarebbe meglio dire confezionare, la comunione eucaristica. Sotto il ripetuto taglio di una lama ben affilata, le svariate verdure crude fanno comunione dei loro sapori e profumi. Compiono il sacrificio del proprio io individuale, del proprio singolo colore e aspetto, e maturano in salse stimolanti il gusto della sana alimentazione. Risvegliano il corpo di chi se ne alimenta ad accogliere il cibo con allegria. Mia madre e le donne piacentine furono artiste delle salse crude. Le donne giapponesi non fanno uso del comune strumento di cucina detto mezzaluna, ma affettano le verdure, il pesce e gli altri alimenti con un affilato coltello, in un tic-toc celerissimo ed armonico che all’ascolto regala allegria. Quando in famiglia o nell’ambiente di lavoro sorgono divergenze e contrasti, in Giappone si suole ricorrere all’espressione: mettere i problemi sul tagliere; quindi tic-toc fino a farne una saporita salsa. 

Nelle culture del mondo il tagliere della cucina è stato l’altare della comunione familiare e del legame affettuoso con la propria terra. Oggi, le verdure sono per lo più acquistate in buste di plastica già pronte all’uso e la melodia dei tic-toc tace. Ma tacciono anche i sapori e l’incontro stimolante ed allegro che il cibo dà a chi lo assume. Tra chi mangia e il cibo assunto prevale un rapporto neutro di sentimenti, riducendo di fatto l’alimentazione a funzione fisiologica. Anche nella celebrazione eucaristica della Chiesa il pane spezzato dell’Ultima Cena è stato ridotto a piccole sfoglie insapori, tutte uguali. Come dire: bastano i concetti, bastano le idee chiare e distinte nella testa; il sapore, il colore, il profumo sono accidenti secondari. Oggi, le idee chiare e distinte nella testa partoriscono conflitti.

Venuta meno la vitale e vivace liturgia del ti-toc del tagliere casalingo, i rapporti tra familiari gradualmente tendono a chiudersi attorno al proprio io. Sulla tavola si distendono dieci portate ancora nei rispettivi involucri di plastica affinché ciascuno scelga quello che gli va. I giapponesi lo definiscono hikikomori. L’io si fa obeso. Obeso di quel che mi va; l’io ha sempre più sete di esperienze sensazionali, di gratificazioni estreme. 
Alcuni minorenni sono accorsi in una discoteca all’estero per festeggiare il capodanno. Grande disgrazia e profondo cordoglio! Classi di studenti delle Superiori programmano viaggi culturali in paesi molto lontani, anche in Giappone o a Dubai, alla ricerca dello straordinario. Eppure, è calda emozione conoscere innanzitutto l’economia del tagliere che ci confeziona l’alimento quotidiano, ossia la terra natale. Le sue generose risorse: orti, risaie, vigneti, frutteti e uliveti, praterie, pascoli naturali, boschi secolari; ma anche le tante contraddizioni: inquinamento, allevamenti intensivi forzati. “Come altare il tagliere? Che bella idea!”.



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