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Giovanna Meana è stata fino allo scorso anno la postulatrice per la causa di madre Bottego. Oltre ad averla conosciuta personalmente, ha avuto la felice opportunità di ammirare da vicino la sua ricca personalità.

Celestina Bòttego è nata a Glendale (Ohio, Usa) il 20 dicembre 1895, figlia di emigrati: il padre Gian Battista, originario di San Lazzaro di Parma, era emigrato negli Stati Uniti dove aveva trovato fortuna lavorando nelle miniere del Montana. Aveva sposato Mary Healy, di origine irlandese, e insieme avevano fissato la loro residenza a Butte. Qui la famiglia era stata benedetta con tre figli: Maria, Celestina e Vittorio.

Gian Battista, appresa nel 1897 la notizia che il fratello Vittorio Bottego, il famoso esploratore dell’Africa orientale, era perito in un’imboscata in Eritrea, preoccupato per gli anziani genitori rimasti soli, decise di tornare in Italia con i figli Maria e Vittorio, prevedendo di essere raggiunto presto dalla moglie e da Celestina. La separazione fu dolorosa per tutti e si protrasse purtroppo per circa dieci anni.

La dura esperienza della migrazione

Celestina (nella foto accanto con p. Spagnolo, sx) rimase sola con la mamma, che le era molto vicina, facendole gustare la musica e la poesia, suggerendole pensieri spirituali. Celestina, silenziosa e riflessiva, si preparò in quegli anni alla prima Comunione (1906) “desiderosa di capire che cosa fosse la vita…”. L’anno dopo ricevette il sacramento della Cresima.

Nel 1910 Celestina e la mamma poterono finalmente tornare in Italia e ricongiungersi a San Lazzaro con il resto della famiglia. Arrivata in Italia, si dedicò all’apprendimento della lingua italiana, al conseguimento del diploma magistrale e dell’abilitazione all’insegnamento della lingua inglese, che esercitò poi per lunghi anni nelle scuole pubbliche di Parma.

In quegli anni avvenne l’incontro con l’abate benedettino Emanuele Caronti, grande liturgista e formatore di giovani, sotto la cui guida Celestina acquisì una solida spiritualità.

Il motto di san Benedetto - “Nulla anteporre all’amore di Cristo” - divenne il suo programma di vita.

Con i giovani e con i poveri di Parma

I giovani e i poveri furono in quegli anni i destinatari del suo impegno apostolico. Erano i giovani che incontrava nella scuola, ai quali voleva trasmettere non solo la conoscenza della lingua inglese, ma soprattutto quei valori umani e cristiani che ne avrebbero fatto dei cittadini onesti. E faceva questo con tanto rispetto per ciascuno. C’erano però altri ragazzi che le stavano a cuore: i figli dei braccianti di San Lazzaro. Per loro aprì alcuni ambienti in una casa rustica, creò momenti di incontro, di formazione e di svago. Tentò anche, senza riuscirvi, di creare per loro una vera scuola professionale.

Tanti poi erano i poveri nei sobborghi di Parma: famiglie numerose di poveri braccianti, di ex carcerati o di alcolizzati. Celestina aiutava materialmente, per quanto le era possibile. Ma la sua presenza era anche di consiglio e di incoraggiamento.

Dice un testimone: “dove c’era un bisogno, là c’era Celestina”. Essa sentiva così di aver realizzato la sua vocazione di consacrazione a Dio e di servizio generoso al prossimo.

Una svolta nella sua vita di dedizione

Ma il Signore voleva di più: a quasi 50 anni, come un fulmine a cielo sereno, giunse la proposta del saveriano p. Giacomo Spagnolo di collaborare con lui alla fondazione del ramo femminile dei missionari saveriani di mons. Conforti. Era veramente troppo! Solo dopo lunghi mesi di preghiera e di travaglio interiore, il 24 maggio 1944, disse il suo “”.

Fu una decisione veramente eroica, dettata solo dal suo proposito di non anteporre le sue resistenze umane alla volontà di Dio.

Da allora mise i suoi beni, il suo tempo e tutte le sue energie, nella formazione delle giovani che desideravano partire per la missione, e le accompagnò negli inizi delle prime missioni negli Stati Uniti, in Brasile, in Africa.

Quando però si rese conto che la sua salute si faceva sempre più precaria, si ritirò dalla responsabilità di direttrice generale dell’istituto missionario e visse gli ultimi anni nel silenzio, nella preghiera, seguendo le sue figlie ormai sparse nel mondo con l’affetto e la corrispondenza.

Una santità semplice e quotidiana

Morì nella casa madre in San Lazzaro di Parma il 20 agosto 1980. I funerali, celebrati nel duomo di Parma, videro la partecipazione di una folla immensa e commossa di fedeli. La parola “santa” affiorava sulle labbra di molti.

La sua santità consisteva nella coerenza del suo comportamento umano e cristiano e nel continuo esercizio delle virtù.

Una santità assolutamente semplice, basata su una fede indiscussa e un abbandono totale in Dio, che davano alla sua vita un tono costante di serenità e si manifestava in un grande amore per tutti e tutte, che madre Celestina esprimeva con la più grande naturalezza, disponibilità e concretezza.



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