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Il riarmo non è una risposta adeguata

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Quando vengono interpellati, gli italiani lo dicono chiaramente. Di fronte alla domanda riguardo all’aumento della spesa militare per portarla - come propone la Nato - al 2% del prodotto interno lordo (Pil), più della metà degli intervistati (il 55%) si dichiara contrario. Solo il 23% è favorevole, mentre poco più di un quinto è indeciso o preferisce non esprimersi.

Lo ha reso noto un sondaggio commissionato lo scorso novembre da Greenpeace alla società di ricerche SWG. Non è la prima volta che gli italiani si esprimono così: una simile indagine svolta nel gennaio del 2023 aveva riportato risultati pressoché identici. Anche rispetto alla proposta dell’Unione Europea di aumentare le spese militari, un punto centrale del programma della nuova Commissione, la maggioranza degli intervistati si dice contraria (il 52%), solo il 23% è favorevole e il resto non sa o non si esprime.

Non si tratta, come vorrebbero far credere alcuni analisti, di opinioni basate su una percezione ingenua, illusoria o distorta dello scenario internazionale. Come dimostrano altri sondaggi, più della metà degli italiani non solo è consapevole, ma è preoccupata per i conflitti in corso e anzi ritiene che porteranno ad una guerra globale e mondiale. Ma non per questo pensa che l’aumento della spesa militare sia una risposta adeguata.

Migliaia di cittadini lo hanno detto a gran voce, partecipando alle manifestazioni nazionali e centinaia di marce, cortei ed eventi che si sono tenuti nelle città italiane promosse dalla Rete Italiana Pace e Disarmo e dalla coalizione “Europe for Peace”, già da due anni all’indomani, cioè, dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia e dell’intervento militare di Israele nella Striscia di Gaza. Manifestazioni in gran parte oscurate dai maggiori organi di informazione nazionale ma nelle quali, oltre a condannare tutti gli atti di aggressione e chiedere il “cessate il fuoco”, i promotori hanno sempre ribadito che la risposta militare e il riarmo non risolvono le tensioni e i conflitti.

Lo dimostrano i dati resi noti dall’Istituto di ricerche per la pace di Stoccolma (SIPRI): la spesa militare mondiale nel 2023 ha raggiunto il massimo storico di 2.443 miliardi di dollari, ma non per questo oggi il mondo è più sicuro, tutt'altro. L’aumento rispetto all'anno precedente è stato di 200 miliardi di dollari: cifra che da sola sfiora il totale di quanto gli Stati più ricchi devolvono ogni anno per l’Aiuto pubblico allo sviluppo dei Paesi poveri (224 miliardi di dollari nel 2023).

“Mentre nel mondo c’è tanta gente che soffre per le calamità e la fame, si continua a costruire e vendere armi e a bruciare risorse alimentando guerre grandi e piccole”. È questo lo “scandalo che la comunità internazionale non dovrebbe tollerare”, commentava papa Francesco lo scorso luglio nella giornata di apertura dei Giochi Olimpici di Parigi.

Scandalo di cui il nostro Paese è complice. Non solo perché la gran parte della spesa militare mondiale è fatta dai paesi della Nato (1.341 miliardi di dollari pari al 55% del totale), ma soprattutto perché non accenna a diminuire, anzi si intende aumentarla.



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