Il mio impegno su tre fronti
In Camerun, tra fagioli, manioca e spaghetti
Padre Renzo, saveriano trentino di di Mezzomonte, ha insegnato teologia a Parma per molti anni. Dal Camerun ci scrive della sua intensa attività missionaria.
Non ho cose straordinarie da raccontare, perché la vita del missionario è fatta di cose ordinarie, perfino banali. Ma sono cose preziose per il cammino di ciascuno di noi e dell’intera società.
Sono in Camerun già da dodici anni. Grazie a Dio la salute tiene bene, degna di un boscaiolo del Trentino. Così posso compiere un lavoro ampio e continuo in mezzo alla gente, su tre fronti.
Missionario di periferia
Anzitutto, ho la responsabilità di guidare una popolosa comunità cristiana a Oyom Abang, un quartiere di periferia a ovest di Yaoundé, capitale del Camerun. È un quartiere povero e abitatissimo, dove luce e acqua mancano speso. La popolazione giovanile è cospicua. Ci sono quattordici scuole e le aule ospitano non meno di 50 alunni ciascuna. I bambini sbucano da ogni parte e salutano gioiosamente. Una messa alla domenica è tutta per loro ed è sempre festa.
La bellezza del lavoro missionario sta nei rapporti con la gente, anche se scarica addosso un’infinità di problemi, talora i più bizzarri. Come, ad esempio, interpretare i sogni minacciosi avuti nella notte o la paura degli spiriti maligni e della stregoneria... Più spesso si tratta di problemi materiali, alla ricerca del minimo per vivere o per guarire, quando la malattia attacca le persone.
Il tasso di disoccupazione è molto alto. I pochi che riescono ad avere un impiego, ricevono uno stipendio miserabile. Malgrado ciò, la gente è capace di sorridere, danzare e cantare. In Africa si ha un’altra dimensione della vita. Io mi trovo bene in questo ambiente e godo della ricchezza umana e spirituale della gente.
Il dna dell’insegnante
Il mio secondo lavoro è l’insegnamento: un’attività che porto avanti ormai da trent’anni, prima in Italia e ora in Camerun. Così contribuisco alla formazione di preti e laici cristiani. La formazione è importante per l’avvenire della società e della chiesa. Io sento in me una forte spinta pedagogica: la formazione e l’insegnamento mi appassionano, specialmente l’insegnamento della Parola di Dio. La bibbia è così bella che aiutare le persone a conoscerla e ad amarla per poi lasciarsene impregnare, mi riempie il cuore di gioia.
Il pubblico non manca: i seminari sono fiorenti, le scuole di formazione per laici sono frequentate. Penso che il futuro dell’Africa, accanto all’impegno sociale e politico, dipenda anche dal lavoro di formazione, per lottare contro la povertà antropologica e ridare alle persone dignità e volontà di riscatto.
La “formula vincente”
Il terzo fronte della mia vita in Africa è l’impegno nella comunità saveriana. Noi saveriani abbiamo qui una comunità di giovani che si preparano al sacerdozio e alla vita missionaria. Da oltre dieci anni vivo tutti i giorni gomito a gomito con fratelli della stessa famiglia saveriana, che provengono dai cinque continenti. Noi pensiamo che questa sia una formula vincente, un laboratorio per dimostrare che è possibile vivere insieme.
Agli indonesiani piace il riso, ai messicani piacciono i fagioli, ai camerunesi manioca ed endolé, agli italiani caffé e pastasciutta... Che bel mosaico di gusti, solo nel mangiare! Uno dei problemi del Camerun, sia nella società che nella chiesa, è superare lo spirito etnico e tribale. La nostra comunità multicolore lancia un messaggio: la convivenza è possibile, è bella e arricchente.
Le differenze culturali possono divenire fonte di arricchimento reciproco. Il mondo sarà sempre più un “villaggio globale”. Quasi dovunque ormai abitano persone di diversa nazionalità, religione e colore. Noi che abbiamo fede, possiamo scorgere in questo fenomeno storico il dispiegarsi del disegno di Dio, che vuole fare dell’umanità una sola famiglia in Gesù Cristo.








