Il medico dei poveri in Bangladesh, Dr. Gildo Coperchio
Sulla strada che da Loreto, passando per Recanati, si inoltra verso S. Severino Marche, si trova la bella cittadina di Treia, in provincia di Macerata. Il 17 marzo ha ospitato un suo cittadino per onorarlo con il titolo "Treiese dell'anno": il saveriano dottor Gildo Coperchio (classe 1949), missionario in Bangladesh per 23 anni e ora a servizio dei missionari malati a Parma.
Sul palco dell'elegante Teatro comunale, con il sindaco Santalucia che ha consegnato il riconoscimento al missionario, c'erano il presidente di Pro-Treia sig. Pucciarelli, il consigliere regionale sig. Capponi, il giornalista Verdenelli, il vicario mons. Pesaresi, il saveriano p. Baldin e don Branchesi, parroco di S. Maria in Selva e rinomato presidente nazionale dei "polentari italiani"!
Mamma Angela e il suo carretto
Per onorare "il medico dei poveri", il sindaco ha consegnato un "piatto" in porcellana finemente decorato, pieno di affetto e ammirazione. Felicemente sorpresa per il mazzo di fiori e più emozionata di tutti era mamma Angela, 94 anni, che fino allo scorso anno con un carrettino raccoglieva cartoni e altro materiale per racimolare un po' di euro da mandare al figlio in Bangladesh, perché potesse aiutare i suoi tanti malati poveri.
Il dottor Gildo ha raccontato e suscitato tante emozioni squisitamente missionarie. "Ma ora amo tornare nella mia silenziosa quotidianità per servire i missionari malati", ha commentato Gildo a conclusione della serata. Qui riportiamo solo qualche brano, per ricordare che ogni missione ha bisogno di grande saggezza umana e spirituale.
L'importante è condividere
"Sono stato eletto Treiese dell'anno perché avrei dato notorietà alla città di Treia. La notorietà è proprio il contrario di quanto ho scelto di vivere. Ho accettato l'invito per allargare il mio grazie a tutti coloro che in questi anni mi hanno aiutato a non abbandonare un'opera di grande valore morale.
Nonostante abbia vissuto la mia vita lontano, rimango comunque figlio di questa terra. Ma nessuno è figlio di se stesso. La vita ci è stata data e perciò non ci appartiene. Essa viene prima di noi e va oltre: va riconsegnata agli altri e all'Altro, con la "A" maiuscola.
Non è importante il ricordo di quanto io ho potuto fare, ma la condivisione di quei valori di solidarietà e dedizione a Dio e agli uomini che vorrei avessero la precedenza assoluta, come passo su una strada fatta insieme ma ancora da continuare, come piccolo fiore da cogliere per donarlo a quel Dio che dei piccoli fiori non si stanca mai".
Nel santuario della tarda età
"Non è stato facile accettare di venire su questo palco. L'altezza mi provoca vertigini. Mi rendo conto che le mie parole assumono il valore di una rinnovata promessa, già fatta tanti anni fa a Dio e a voi. Ricordo il giorno in cui, alla vigilia della mia partenza per il Bangladesh nel lontano gennaio 1986 nella vecchia chiesa di Passo Treia, mons. Carboni era venuto a consegnarmi il vangelo e il Crocefisso. Sono già passati 23 anni.
Non tornerò, per ora, tra le risaie bengalesi. I superiori mi hanno chiesto di donare qualche anno ai missionari malati e anziani nella casa madre di Parma: una sorta di santuario della tarda età e della malattia, dove è altrettanto impegnativo fare missione ed essere missionari. Un luogo dove non mi è difficile sentire la verità delle parole del poeta bengalese: «Sparirà con me ciò che trattengo e ciò che dono rimarrà nelle mani di tutti». Riecheggiano le parole evangeliche: «Chi perde la sua vita la troverà».
Confesso di aver avuto la tentazione di trattenere stretta nelle mani la mia missione, il Bangladesh.
Nel mio «sì» a questo nuovo incarico ho accettato di consegnare a Dio quella missione che ormai pensavo «mia», fiducioso che solo in questo modo ciò che sono rimarrà veramente nelle mani di tutti e nelle mani di Dio".








