Il Corpo: ''Sanate i lebbrosi''
A Khulna, in Bangladesh, tre missionarie del Pime lavorano al "Centro Damiano" per curare e prevenire la lebbra: sr. Flora e sr. Shimu bengalesi, e sr. Lorella, medico di Milano. Un'esperienza missionaria semplice e straordinaria.
L'esempio e le parole di Gesù hanno ispirato nei secoli migliaia di missionarie e missionari che nel mondo si sono dedicati alla cura dei poveri e malati, senza distinzione di razza e di credo. Sostengono anche noi, missionarie dell'Immacolata - Pime, che dal 1986 siamo impegnate nella lotta alla lebbra nella città di Khulna, nel sud-ovest del Bangladesh.
In una nazione dove la stragrande maggioranza è musulmana, le attività di promozione umana, come la cura dei malati, divengono un modo privilegiato per annunciare il vangelo. Se non possiamo proclamare la Buona Novella con le parole, possiamo però cercare di far conoscere a queste persone l'amore di Dio attraverso il nostro servizio.
Anche qui la lebbra significa "impurità"
Nonostante il grande sviluppo registrato negli ultimi anni, il Bangladesh è uno dei Paesi più densamente popolati e più poveri del mondo. In questa situazione di povertà diffusa, malattie come la lebbra hanno trovato un terreno fertile per diffondersi. A questo si aggiunge una mentalità legata al retroterra culturale hindu, che porta con sé il preconcetto di impurità, acuendo l'emarginazione dei malati di lebbra. Vengono trattati con distacco o addirittura lasciati in un angolo e ignorati.
In questo contesto si è inserita la nostra attività di prevenzione e cura della malattia. In 25 anni di servizio è stato fatto un lavoro capillare di informazione e formazione sanitaria, accompagnato da una ricerca attiva dei casi di lebbra nel territorio di Khulna. Ogni quartiere e villaggio è stato visitato passando casa per casa, facendo una prima visita ai possibili casi e inviandoli ai vari ambulatori per iniziare la terapia. In tutti questi anni abbiamo curato più di 4.000 persone affette dal morbo di Hansen.
Ora i casi di lebbra sono meno: siamo passati dai circa 450 nuovi casi dei primi anni ai circa 30 casi attuali. Questo è fonte di grande soddisfazione, ma non è un motivo per abbassare la guardia. Infatti la lebbra, pur essendo la meno contagiosa tra le malattie infettive, è una malattia infida che può manifestarsi anche a distanza di decine di anni dall'avvenuto contatto con il bacillo.
Dunque continuiamo l'attività di informazione e sensibilizzazione, e continuiamo a ricercare soprattutto i casi che sono la fonte del contagio, per evitare che altre persone abbiano a soffrire di questa patologia, che a volte è davvero devastante per le deformità che può causare.
Li tocchiamo per curare le piaghe
Oltre al lavoro sul territorio, abbiamo anche un piccolo ospedale di 33 letti. Vengono ricoverati i pazienti con ulcere, neuriti o altri problemi connessi alla malattia di Hansen (le cosiddette "reazioni"). Questo ci permette un contatto prolungato con il malato e ci dà la possibilità di instaurare relazioni anche molto belle con i pazienti che si sentono accolti come in una famiglia.
Tutto questo è stato possibile con la preziosa collaborazione delle persone che lavorano con noi. Sono musulmani, hindu e cristiani: insieme cercano di servire il loro popolo con uno spirito che ci fa davvero comprendere come il Signore lavori e sia presente nel cuore di ogni uomo e donna di buona volontà.
Il parlare con loro, il "toccarli" per curare le piaghe di cui sono affetti, il ridere e lo scherzare insieme, sono tutti mezzi piccoli ma importanti, che ci permettono di vivere una fraternità che va oltre le differenze. La nostra ricompensa? I loro sorrisi, pur nella sofferenza: sono davvero quel centuplo che il Signore ha promesso a chi lo segue.
Ora si guadagnano da vivere
Naturalmente la gioia più grande è vedere queste persone, una volta guarite, continuare la loro esistenza dignitosa, guadagnandosi da vivere con il loro lavoro, con grande coraggio e nonostante le deformità.
Tarapodo ha perso una gamba e le mani sono deformate. Lo abbiamo aiutato ad aprire un piccolo negozio. Vende biscotti, caramelle, sigarette, foglie di pan... La gente non ha timore a farsi servire da quelle mani devastate. Lui accoglie tutti con un sorriso. Si è sposato e riesce a mantenere se stesso e la moglie.
Taher, per mesi ricoverato in ospedale a causa di reazioni che gli causavano febbre e dolori in tutto il corpo, aveva perso il lavoro. L'abbiamo aiutato ad aprire un piccolo ristorante. Pian piano l'ha ingrandito: ora vi lavorano tre persone ed è felice di poter portare avanti la sua famiglia.
Poi ci sono le donne "imprenditrici" come Fatima. Le abbiamo acquistato una mucca e ha cominciato a vendere il latte. Ora di bestie ne ha sette, ed è lei a mantenere la famiglia. Usha, una ragazza hindu di un villaggio, è arrivata con la mano destra rovinata. L'abbiamo curata e fatta operare. Ha riacquistato l'uso della mano, ha ricominciato gli studi e ha trovato anche un lavoro con il quale aiuta la sorella minore, lei pure malata di lebbra.
Doniamo l'amore che abbiamo ricevuto
Ogni malato ha un volto e una storia. Di molti abbiamo perso le tracce; alcuni ci hanno lasciati; altri continuano ad aver bisogno di cure per le deformità che hanno sviluppato. Tutti fanno parte della nostra vita; sono entrati nel nostro cuore.
Ci hanno insegnato a vivere e soffrire con dignità e speranza. Ci hanno donato il loro sorriso, che vale più di tanti "grazie". Permettono a noi, donne consacrate per la missione, di vivere la nostra maternità. Ci aiutano a gustare la gioia di quella fraternità in Dio, Padre di tutti, che va oltre i confini delle razze e delle religioni.
Noi cerchiamo di dare loro ciò che abbiamo ricevuto: il tesoro dell'amore infinito che il Signore, tramite loro, continua a donarci moltiplicato per cento.








