Il buon odore delle pecore
Tutti lo sanno: pastore e gregge sono un'unica immagine, fanno un'unica realtà. Perché la convivenza è continua e profonda, di giorno al pascolo e di notte nel recinto, e anche nella transumanza, ormai visibile solo in casi davvero rari ed eccezionali, a parte in quelle zone isolate, dove la concentrazione di ovili è maggiore.
Non godevano di simpatia i pastori. Nell'immaginario collettivo essi erano associati a persone un po' incolte, trascurate e isolate, contagiate dall'odore di montoni, pecore e agnelli, con cui avevano a che fare. Una specie di effetto collaterale della convivenza. Per quanto si lavassero, l'odore sembrava non eliminabile. Ma molto ci giocava il persistente pregiudizio.
Ho conosciuto tanti pastori e sono rimasto impressionato dalla loro profonda saggezza e filosofia della vita. Ricordo, ad esempio, il simpatico G. Cheri di Sarule, che conosceva l'ora esatta dalla posizione stagionale del sole e degli astri e citava il vangelo a memoria: "Non ho avuto la fortuna di andare a scuola, perciò sfrutto la memoria!", mi diceva.
Ma ecco che il 28 marzo, il mattino del giovedì santo alla Messa del crisma, nella basilica gremita di sacerdoti, papa Francesco se ne esce con una precisa richiesta: "Questo vi chiedo, di essere pastori con l'odore delle pecore, pastori in mezzo al proprio gregge... Così sono i pastori secondo il cuore di Dio!".
"L'odore delle pecore", così all'improvviso e in modo inaspettato, torna alla ribalta come virtù: una dote che caratterizza e contraddistingue il pastore buono. Una dote che si acquisisce semplicemente stando "in mezzo al gregge". Non a ore, come un badante pagato, ma sempre come un innamorato di Dio e del gregge. Un pastore che si vanta proprio dell'«odore», senza ricorrere ad altri «profumi» ...mondani.
Infatti, ha proseguito papa Francesco: "Il buon sacerdote si riconosce da come viene unto il suo popolo. L'unzione non è per profumare noi stessi e tanto meno perché la conserviamo in un'ampolla, perché l'olio diventerebbe rancido e il cuore amaro. Dio Padre rinnovi nel nostro cuore lo Spirito di santità, in modo tale che l'unzione giunga a tutti, anche alle periferie, là dove il nostro popolo fedele, più esposto all'invasione di quanti vogliono saccheggiare la sua fede, più lo attende e apprezza".
È lo stile della missione. Ricordo ogni volta, tornando dal Bangladesh, mamma e le sorelle prendevano tutta la biancheria per lavarla a fondo: "È tutta unta di umido!", dicevano. Era vero, con il caldo umido al limite di sopportabilità e l'olio di cocco per nutrire la pelle, come usano fare i bengalesi, in mezzo ai quali ero vissuto.
Ma non è solo una questione di abiti. La mente, il cuore e lo stile di vita pian piano acquistano l'odore della cultura e della gente del luogo. Quanto sforzo per imparare bene la lingua e i costumi, la cortesia e il galateo, il modo di ragionare e di pregare, lo stile di esprimersi e rapportarsi con tutti: cristiani, musulmani e hindu, socialmente emancipati ed emarginati fuori casta...
Uno sforzo di inculturazione che rende ogni missionario e missionaria "figlio e figlia" della nazione adottata, per comunicare la gioia di Cristo e il suo vangelo di salvezza.








