I Saveriani nelle periferie: Dalle fazendas alle favelas
Alla fine degli anni '60, in Brasile era già iniziato l'esodo massiccio della popolazione dalle campagne verso le città. Le ragioni: il crollo inaspettato della produzione di caffè e l'incipiente industrializzazione, che assorbiva grande quantità di manodopera.
Il futuro si gioca in città
Ma il fenomeno superò ogni previsione. A metà degli anni '70, il 65 per cento della popolazione brasiliana già abitava nelle grandi città; ma è passata poi al 75 per cento nel 1985 e all'85 all'inizio del 2000.
Ormai era chiaro: il futuro del Brasile si giocava non più, come in passato, nelle immense tenute di caffè o di canna da zucchero, ma nelle aree urbane, che presto si rivelarono impotenti a offrire una vita decente ai nuovi arrivati.
Le favelas sterminate sorte attorno alle città posero le autorità pubbliche di fronte a grossi interrogativi. Problemi come la disoccupazione galoppante, la violenza, la mancanza di una casa decente, assistenza medica e scuole..., sembravano allora, e lo sono ancora oggi, sfide senza soluzioni in vista.
L'angoscia del cardinale
L'esodo rurale verso le grandi città e l'aumento vertiginoso delle favelas, hanno posto enormi interrogativi anche alla chiesa, che si scoprì improvvisamente assente.
Ricordo l'angoscia stampata sul viso del cardinale di San Paolo, Paulo Evaristo Arns, e di alcuni suoi vescovi ausiliari quando vennero, per la prima volta, a visitare le periferie di Itaquera, Josè Bonifacio e Guaianases, a 45 chilometri dal centro di San Paolo. Giorni dopo, il cardinale lanciava alla radio un appello drammatico alle congregazioni religiose e agli istituti missionari: "In questa città di San Paolo - diceva - non c'è niente capace di suscitare un'impressione maggiore di questo formicolio di case che si estendono per chilometri e chilometri nella periferia, dove mancano le condizioni minime di abitabilità".
La pentola a pressione
In Brasile, le periferie delle grandi città sono come pentole a pressione che possono esplodere in qualsiasi momento provocando tragedie. "Esse - diceva ancora il cardinale Arns parlando alla radio - sono una grande minaccia per la città di San Paolo. E' urgente che i missionari, animati dallo spirito di solidarietà evangelica, aiutino queste popolazioni, prima che sorga un pericoloso movimento di rivolta e di distruzione".
Noi saveriani eravamo già lì, su richiesta di un vescovo ausiliare del cardinale, che ci aveva affidato un rione, sorto dal nulla e che, in pochi anni, arrivò a 80.000 abitanti. Un inferno. Altri due rioni, sempre alla periferia di San Paolo, sono stati affidati ai saveriani dal cardinale: uno di 140.000 abitanti; l'altro di 165.000.
Organizzarsi diversamente
Alle periferie iniziali in San Paolo, altre ne furono affidate ai saveriani nelle città di Curitiba, Belo Horizonte, Londrina, Campinas, Coronel Fabriciano, Piracicaba.
Per far fronte a queste nuove situazioni, i saveriani si videro costretti a rivedere la loro stessa organizzazione, alla luce degli appelli, sempre più drammatici, lanciati dai vescovi. Frutto di questo cambiamento di rotta fu l'abbandono graduale di parrocchie nelle zone rurali, dove le diocesi potevano camminare più facilmente con le proprie forze.








