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I Saveriani in Camerun "Isolotto di pace"

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Intervista a p. Pierino Zoni

Padre Pierino è superiore dei saveriani che lavorano in Camerun-Ciad. Tornato in Italia per farsi estrarre un polipo nelle corde vocali che gli impediva di parlare, i medici hanno riscontrato che l’ostruzione era scomparsa in modo ...volontario. Meglio così. Ci ha rilasciato l’intervista prima di tornare in missione, poche settimane fa.

Com’è la situazione generale in Camerun-Ciad e, in particolare, la situazione socio-civile-politica nella zona dove lavorano i saveriani?

Grazie a Dio, il Camerun sta vivendo un tempo di pace. "Un isolotto di pace, circondato da paesi in guerra" - con questo slogan va in onda ogni giorno la TV nazionale. Ed è vero. Da questo punto di vista, la gente e noi missionari siamo fortunati.

Un paese dell’Africa centrale che vive "in pace" è una notizia che fa colpo, sorprende. Ma i camerunesi, che pure hanno una certa reputazione di essere criticoni e attaccabrighe, hanno una grande qualità: quella di un forte senso nazionale nel difendere la reputazione del loro paese, definito bene in uno slogan, "Tutta l’Africa in un triangolo" (riferendosi alla forma geometrica del Camerun).

Il cancro del Camerun è la corruzione, che distrugge l’economia della nazione, la vita sociale e soprattutto le coscienze delle persone. Per due anni successivi il Camerun ha tenuto il primato del paese più corrotto del mondo, anche se l’ultima classifica dell’Osservatorio internazionale per la Trasparenza lo mette al settimo posto dal peggiore.

Ma "il Camerun è il Camerun": questa frase lapalissiana pronunciata da Paul Biya, presidente della Repubblica dal 1982, riassume bene le caratteristiche di questo paese. Un territorio una volta e mezzo l’Italia, 15 milioni di abitanti, due lingue ufficiali, francese ed inglese; più di 250 etnie, con altrettante lingue e culture locali, che riescono a vivere e a sopravvivere insieme nonostante tutte le previsioni contrarie.

Da quando i saveriani sono in Camerun-Ciad, cosa hanno cercato di fare?

La nostra missione in Camerun-Ciad è iniziata nel 1982, con l’invio di otto saveriani italiani. Ora, a vent’anni di distanza, siamo circa quaranta, di sei nazionalità diverse.

Le priorità che abbiamo cercato di perseguire, fin dagli inizi, sono state le seguenti: seguire con il massimo impegno il catecumenato; incrementare le comunità ecclesiali di base, specialmente nelle grandi periferie delle città; curare la formazione dei laici agenti della pastorale; progredire nell’inculturazione della fede cristiana; cercare di raggiungere l’autosufficienza economica; rafforzare l’impegno per la giustizia.

Le tragiche esperienze di altri paesi africani ci hanno spinto ad essere il più possibile vicini alla gente e a dare la massima importanza alla formazione integrale, bilanciando i vari aspetti importanti nella vita personale, familiare e sociale. Negli ultimi anni abbiamo deciso, di impegnare alcuni saveriani in progetti di accoglienza per la gioventù in difficoltà e senza occupazione, ed alcuni altri nell’animazione e nella formazione di vocazioni saveriane.

Come vi ha accolto la gente?

La chiesa locale e la gente in generale ci hanno accolto cordialmente. Hanno visto in noi dei missionari nuovi, diversi. Noi saveriani non siamo stati i fondatori di queste comunità cristiane. Ci avevano preceduti altri missionari, che avevano iniziato l’opera di evangelizzazione. Con noi, non c’era alcun cordone ombelicale da tagliare. Questo ha favorito l’accoglienza e la collaborazione. Anche se, da parte nostra, abbiamo dovuto fare la fatica di inserirci in un ambiente a noi nuovo, tutto sommato, non ci è stato difficile mettere in piedi organismi di partecipazione, per camminare insieme.

Naturalmente, lo sforzo per rendere la gente sempre più sensibile e cosciente, in modo che si senta coinvolta e responsabile in prima persona, ci impegna ancora in modo notevole; così ci impegna molto il lavoro di formazione cristiana e sociale. Stiamo cercando di darci dei criteri concreti nel realizzare i vari progetti di promozione umana e di sviluppo, evitando forme che puzzino di paternalismo e di protagonismo.

Qual’è lo stile del vostro lavoro missionario?

Vent’anni di presenza saveriana in Camerun-Ciad non sono molti. Ma sono sufficienti per valutare il cammino fatto e l’esperienza vissuta fino ad ora.

Come saveriani, viviamo in piccole comunità apostoliche, di almeno tre persone. Niente è più efficace che presentarsi alla gente uniti e concordi, come comunità che cercano di vivere in pratica il messaggio che annunciano: la nuova fraternità di tutti in Cristo. Noi abbiamo anche la fortuna di avere comunità pluri culturali, con missionari di varie nazioni. Così il messaggio di fraternità universale è ancora più eloquente. Insomma, è la comunità apostolica che evangelizza.

Questa è per noi saveriani in Camerun-Ciad, una delle sfide più grandi, uno dei compiti più urgenti, anche perché viviamo in mezzo a tante etnie diverse e il senso tribale è ancora forte.

Noi saveriani lavoriamo in sei diocesi del Camerun-Ciad. I rapporti con i vescovi sono cordiali e schietti, improntati a reciproca stima e rispetto. Tutti insistono perché accettiamo più missioni. Impossibile soddisfare a tutte le richieste, perché noi dobbiamo vivere in comunità, per aiutarci a vicenda.

Quali sono le priorità, per il prossimo avvenire, nel vostro lavoro missionario?

Non c’è missione senza missionari. Ci siamo perciò presi l’impegno, tutti insieme, di promuovere l’attività di animazione vocazionale ad ogni livello: per le vocazioni diocesane, religiose e saveriane. Il momento ci sembra opportuno, e vogliamo investire di più in questo impegno.

Stiamo formando un’équipe per l’animazione, che coordini tutte le iniziative per suscitare e seguire le vocazioni, specialmente coloro che sentono di consacrarsi totalmente alla missione. Dobbiamo seguire i giovani da vicino e formarli allo spirito della missione e alla vita saveriana.



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