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Quando sono partito per gli Stati Uniti, nel gennaio 2020, non mi sarei mai aspettato di vivere così tante esperienze in soli tre anni.

Appena arrivato, ho iniziato a studiare inglese in un’università vicino alla casa saveriana di Holliston, ma soltanto dopo tre mesi il Covid-19 ha sconvolto la vita di tutti. Le lezioni si sono spostate online e, vivendo in una comunità dove l’età media era quella di 70 anni, mi sono sentito responsabile nei confronti dei miei confratelli. Così, ho deciso di isolarmi per non contagiare nessuno. Sono rimasto chiuso in casa per tre mesi senza mai uscire. Quel periodo non è stato per niente facile, non solo per me. Tutti abbiamo sperimentato gli effetti della pandemia, anche coloro che non sono stati contagiati dal virus. Alcuni psicologi hanno definito il periodo del Covid-19 come un trauma collettivo. E credo che qualsiasi lettore in questo momento possa capire di cosa stiamo parlando.

Ma tutto è cambiato quando ho iniziato a studiare giornalismo l’anno scorso. Mi sono sentito come rinascere. Incontrare nuove persone - finalmente dal vivo e non online - e lavorare su storie con un contenuto di grande umanità, mi ha ridato vita. Ho conosciuto persone provenienti da tutto il mondo, con diversi background culturali e religiosi. È stata una grande opportunità per iniziare a creare contatti nel mondo del giornalismo. Mi sono addentrato in un ambito che non avevo mai pensato di percorrere ed ho imparato ad ascoltare. Sì perché, per raccontare le storie incontrate, bisogna imparare ad ascoltare molto, parlare poco e giudicare mai.

Oltre alla vita Saveriana ed al lavoro dei missionari, le storie di cui mi sono occupato riguardano i senzatetto, i profughi, la comunità LGBTQ+ e altre categorie marginalizzate. Quello che accomuna tutte queste categorie è l’elemento umano che le caratterizza.
Ora che ho finito con questi studi, mi preparo per vivere la mia missione come giornalista e prete missionario come parte del nostro “media team”, MissioNet. Il nostro compito sarà quello di raccontare quello che accade nelle nostre missioni e di farlo conoscere al di fuori degli “amici dei saveriani”. La sfida è quella di parlare della vita missionaria anche su mezzi di comunicazione non cattolici, riferendoci ad un pubblico non cristiano.

Quando sono entrato nella famiglia saveriana, non avrei mai pensato di trovarmi a lavorare in questo ambito. Ma credo che quest’incarico che mi è stato assegnato sia davvero missionario. Si tratta di condividere la “Buona Notizia” con i non cristiani e questo è il centro della nostra vita come missionari.
In estate tornerò in Italia per le vacanze ed in quell’occasione sarò anche ordinato presbitero nella mia parrocchia di origine, a Salerno. Dopo questo lungo periodo fuori dall’Italia, tante cose sono cambiate, ma non vedo l’ora di riconnettermi con le mie radici ed allo stesso tempo di ripartire per nuove avventure.



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